{"id":49722,"date":"2026-01-25T18:11:37","date_gmt":"2026-01-25T18:11:37","guid":{"rendered":"https:\/\/www.theconservative.online\/il-consiglio-di-pace-per-gaza-tra-ambizione-globale-rivalita-geopolitiche-e-crisi-del-multilateralismo"},"modified":"2026-01-25T18:11:37","modified_gmt":"2026-01-25T18:11:37","slug":"il-consiglio-di-pace-per-gaza-tra-ambizione-globale-rivalita-geopolitiche-e-crisi-del-multilateralismo","status":"publish","type":"post","link":"https:\/\/www.theconservative.online\/it\/il-consiglio-di-pace-per-gaza-tra-ambizione-globale-rivalita-geopolitiche-e-crisi-del-multilateralismo","title":{"rendered":"Il Consiglio di pace per Gaza: tra ambizione globale, rivalit\u00e0 geopolitiche e crisi del multilateralismo"},"content":{"rendered":"<p>La proposta avanzata dall\u2019amministrazione statunitense guidata da Donald Trump di istituire un Consiglio di pace con competenze globali e, in particolare, con un ruolo centrale nella gestione del futuro della Striscia di Gaza, rappresenta un tentativo ambizioso di ridefinire gli strumenti della governance internazionale dei conflitti. Tale iniziativa si colloca in un contesto geopolitico estremamente complesso, segnato dalla prosecuzione della guerra a Gaza, dalla perdurante invasione russa dell\u2019Ucraina e da un generale indebolimento del multilateralismo tradizionale incarnato dalle Nazioni Unite. Il progetto americano si propone non solo come piattaforma per la ricostruzione materiale del territorio palestinese devastato dal conflitto, ma anche come possibile alternativa funzionale agli organismi multilaterali esistenti, suscitando reazioni contrastanti tra alleati, rivali e attori regionali direttamente coinvolti.  <\/p>\n<p>LA COMPOSIZIONE DEL CONSIGLIO E L\u2019INVITO ALLA RUSSIA<\/p><div class='related_content'><span>RELATED<\/span><ul><li><a href='https:\/\/www.theconservative.online\/it\/trump-sulla-nato-giusto-e-sbagliato'>Trump sulla NATO: Giusto e sbagliato<\/li><\/a><li><a href='https:\/\/www.theconservative.online\/it\/abbiamo-imparato-a-gestire-trump'>Abbiamo imparato a gestire Trump?<\/li><\/a><li><a href='https:\/\/www.theconservative.online\/it\/lunione-europea-di-fronte-alla-crisi-iraniana-e-al-nuovo-disordine-globale-strategia-limiti-e-impatti-economici'>L\u2019Unione Europea di fronte alla crisi iraniana e al nuovo disordine globale: strategia, limiti e impatti economici<\/li><\/a><\/ul><\/div>\n<p>Uno degli aspetti pi\u00f9 controversi del nuovo Consiglio di pace \u00e8 l\u2019invito rivolto al presidente russo Vladimir Putin a farne parte. La risposta a tale invito \u00e8 giunta direttamente dal Cremlino, che ha chiarito come Mosca stia valutando l\u2019offerta statunitense cercando di comprenderne pienamente implicazioni e modalit\u00e0 operative. La possibilit\u00e0 che il leader russo entri in un organismo dedicato alla risoluzione dei conflitti globali appare problematica alla luce del fatto che l\u2019invasione dell\u2019Ucraina si avvicina al quarto anno e che la Russia non ha mostrato segnali concreti di disponibilit\u00e0 verso un accordo di pace. L\u2019inclusione di Mosca sembra, tuttavia, rispondere alla logica di Trump di coinvolgere tutte le principali potenze, indipendentemente dalle loro responsabilit\u00e0 nei conflitti in corso, nella speranza di costruire un quadro di stabilizzazione sotto la leadership americana.   <\/p>\n<p>IL RUOLO DEGLI STATI UNITI E LA VISIONE DI TRUMP<\/p>\n<p>Il Consiglio di pace \u00e8 stato concepito come un organismo presieduto direttamente dal Presidente degli Stati Uniti, a sottolineare la centralit\u00e0 di Washington nel progetto. Secondo quanto emerso dalle lettere di invito, l\u2019iniziativa si fonda su un approccio definito, nuovo e audace, funzionale alla risoluzione dei conflitti, suggerendo una volont\u00e0 di superare i meccanismi decisionali del Consiglio di Sicurezza delle Nazioni Unite, spesso paralizzati. Gli Stati Uniti hanno contattato decine di Paesi e personalit\u00e0 internazionali, con l\u2019obiettivo di costruire una struttura ampia e articolata, capace di intervenire non solo sul piano diplomatico, ma anche su quello amministrativo, di sicurezza e finanziario, in particolare nella seconda fase del piano per Gaza.  <\/p>\n<p>IL COINVOLGIMENTO DELL\u2019UNIONE EUROPEA E DEI PRINCIPALI ALLEATI<\/p>\n<p>Anche l\u2019Unione Europea \u00e8 stata coinvolta nel progetto, con un invito formale rivolto alla Presidente della Commissione Ursula von der Leyen. La Commissione ha confermato di voler contribuire a un piano complessivo per porre fine al conflitto a Gaza, pur senza chiarire se l\u2019invito sia stato formalmente accettato. Parallelamente, l\u2019Italia figura tra i soggetti contattati, mentre il Regno Unito, per voce del primo ministro Keir Starmer, ha dichiarato di essere in dialogo con gli alleati sul Consiglio di pace e di essere disposto a svolgere un ruolo attivo nella seconda fase del piano, pur senza confermare un\u2019adesione ufficiale. Questo atteggiamento riflette una cautela diffusa tra i partner occidentali, divisi tra il desiderio di contribuire alla stabilizzazione di Gaza e le perplessit\u00e0 legate alla struttura e alla legittimit\u00e0 del nuovo organismo.   <\/p>\n<p>LA REAZIONE DI ISRAELE E L\u2019OPPOSIZIONE INTERNA<\/p>\n<p>Il governo israeliano ha espresso una netta contrariet\u00e0 alla formazione del Consiglio, sottolineando come l\u2019iniziativa non sia stata coordinata con Gerusalemme e risulti in contrasto con la politica ufficiale dello Stato di Israele. Tale opposizione \u00e8 stata ribadita con particolare forza da esponenti dell\u2019ala pi\u00f9 radicale dell\u2019esecutivo, che hanno definito il progetto dannoso per gli interessi israeliani, invocandone apertamente la cancellazione e rivendicando il diritto di Israele a determinare in autonomia il futuro di Gaza. Secondo questa visione, la Striscia rappresenta una questione di sicurezza esistenziale per Israele, che dovrebbe assumersi piena responsabilit\u00e0 amministrativa e militare del territorio, anche attraverso una gestione militare diretta.  <\/p>\n<p>GAZA, HAMAS E LA QUESTIONE DEL DISARMO<\/p>\n<p>Al centro del dibattito vi \u00e8 la condizione imprescindibile del disarmo completo di Hamas, elemento chiave della seconda fase del piano di pace. L\u2019accordo prevede, infatti, non solo la restituzione degli ostaggi \u2013 compreso il corpo dell\u2019ultimo rapito \u2013, ma anche l\u2019eliminazione della capacit\u00e0 militare dell\u2019organizzazione islamista. Esponenti del governo israeliano hanno ventilato la possibilit\u00e0 di una nuova offensiva su larga scala qualora Hamas non accettasse un ultimatum che includa il disarmo reale e l\u2019esilio dei suoi membri. In questo quadro, in mancanza di una sconfitta definitiva del gruppo che ha governato Gaza, qualsiasi progetto di ricostruzione e stabilizzazione appare, dal punto di vista israeliano, privo di senso.   <\/p>\n<p>LA PRESENZA CONTROVERSA DI QATAR E TURCHIA<\/p>\n<p>Ulteriori tensioni derivano dalla possibile inclusione nel Consiglio e nel suo Executive Board di Paesi come Qatar e Turchia, considerati da Israele avversari strategici. Il Qatar, infatti, \u00e8 visto come uno dei principali sostenitori di Hamas, sia sul piano finanziario sia su quello mediatico, mentre la Turchia \u00e8 percepita come il centro politico e ideologico della Fratellanza Musulmana, movimento ritenuto ostile all\u2019esistenza stessa di Israele. La presenza di questi attori in un organismo chiamato a supervisionare la sicurezza e la ricostruzione di Gaza \u00e8 stata interpretata come una minaccia diretta, tanto pi\u00f9 che tali Paesi non avrebbero alcun interesse reale nel disarmo di Hamas. Tuttavia, il loro coinvolgimento risponde anche alla logica di Trump di mantenere un ampio fronte di alleati e interlocutori sotto l\u2019ombrello americano.   <\/p>\n<p>UNA STRUTTURA COMPLESSA E MULTILIVELLO<\/p>\n<p>Il Consiglio di pace si inserisce in un\u2019architettura istituzionale estremamente articolata, che comprende un Consiglio di Amministrazione, un Comitato Esecutivo, un Alto Rappresentante con una propria struttura di supporto, un Comitato nazionale per l\u2019amministrazione di Gaza e una Forza internazionale di stabilizzazione. Complessivamente, il numero dei Paesi coinvolti potrebbe salire da oltre sessanta invitati iniziali a circa ottanta partecipanti effettivi, includendo Stati che hanno gi\u00e0 accettato, investitori privati e grandi donatori. Questa molteplicit\u00e0 di livelli decisionali richiama modelli di governance internazionale gi\u00e0 sperimentati, ma con una dimensione e una ambizione che puntano a creare un vero e proprio sistema alternativo all\u2019Onu.  <\/p>\n<p>IL FINANZIAMENTO E IL RUOLO DEI GRANDI DONATORI<\/p>\n<p>Un elemento centrale del progetto \u00e8 il meccanismo di finanziamento: \u00e8 previsto, infatti, che un contributo di almeno un miliardo di dollari garantisca un seggio permanente nel Consiglio di Amministrazione per un periodo di oltre tre anni; le risorse raccolte dovrebbero essere destinate alla ricostruzione della Striscia di Gaza, devastata dalla guerra. Tuttavia, lo statuto del Consiglio non \u00e8 stato reso pubblico e rimangono numerosi interrogativi sulle modalit\u00e0 operative, sulla trasparenza dei fondi e sul reale equilibrio di potere tra i membri. La presenza di grandi investitori e notabili internazionali rafforza l\u2019idea di un\u2019iniziativa fortemente legata alla capacit\u00e0 finanziaria pi\u00f9 che a criteri di rappresentativit\u00e0 politica.    <\/p>\n<p>IL CONFRONTO IMPLICITO CON LE NAZIONI UNITE<\/p>\n<p>L\u2019iniziativa americana \u00e8 stata interpretata da molti osservatori come un tentativo di superare o aggirare il sistema delle Nazioni Unite, percepito come inefficace e bloccato da veti incrociati. La creazione di un consesso internazionale cos\u00ec ampio, guidato dagli Stati Uniti, potrebbe dar vita a una nuova realt\u00e0 multilaterale sotto egemonia americana, in contrapposizione ai modelli del passato. <\/p>\n<p>ISRAELE TRA OPPOSIZIONE E ADATTAMENTO STRATEGICO<\/p>\n<p>Nonostante la forte opposizione espressa ufficialmente, Israele potrebbe adottare una strategia pragmatica nei confronti del Consiglio di pace. Forte del sostegno costante ricevuto dall\u2019attuale amministrazione americana, il governo Netanyahu potrebbe cercare di limitare l\u2019influenza dei membri ritenuti ostili, imponendo condizioni che ne riducano il ruolo operativo, come l\u2019esclusione dall\u2019invio di truppe, dal possesso di armi o da funzioni di verifica. In questo modo, Israele tenterebbe di difendere i propri interessi di sicurezza senza rompere frontalmente con Washington, mantenendo la libert\u00e0 d\u2019azione necessaria per affrontare quella che considera una minaccia esistenziale permanente.  <\/p>\n<p>TRA AMBIZIONE GLOBALE E FRAGILIT\u00c0 POLITICHE<\/p>\n<p>Il Consiglio di pace per Gaza voluto da Donald Trump si presenta come un progetto di portata storica, capace di ridefinire gli equilibri della governance internazionale dei conflitti. Tuttavia, la sua efficacia appare legata a una serie di condizioni politiche difficilmente conciliabili: il disarmo di Hamas, l\u2019accettazione israeliana, il coordinamento tra attori profondamente divergenti e la gestione di un numero elevatissimo di Paesi e interessi. L\u2019inclusione di figure controverse come Vladimir Putin e di Stati percepiti come ostili da Israele accentua le tensioni e solleva dubbi sulla coerenza del progetto. In definitiva, l\u2019iniziativa americana riflette tanto l\u2019ambizione di costruire un nuovo ordine internazionale quanto le profonde fragilit\u00e0 di un sistema che tenta di imporre la pace senza aver risolto le radici politiche e ideologiche del conflitto.   <\/p>\n<\/p>","protected":false},"excerpt":{"rendered":"<p>La proposta avanzata dall\u2019amministrazione statunitense guidata da Donald Trump di istituire un Consiglio di pace con competenze globali e, in particolare, con un ruolo centrale nella gestione del futuro della Striscia di Gaza, rappresenta un tentativo ambizioso di ridefinire gli strumenti della governance internazionale dei conflitti. 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