Il dibattito occidentale sulla posizione geopolitica della Federazione Russa tende spesso a oscillare tra due estremi ugualmente fuorvianti: sottovalutare la sua capacità di influenza o, al contrario, dipingere il Cremlino come un burattinaio onnipotente in grado di tirare i fili di ogni crisi globale. La realtà, come spesso accade, dipinge un quadro più complesso e, per certi versi, più allarmante. La strategia di Vladimir Putin non è il risultato di una pianificazione imperiale infallibile, ma piuttosto un’elaborazione sistematica della dottrina della guerra asimmetrica. Laddove Mosca non può competere con l’Occidente a livello economico o in termini di tecnologia militare convenzionale, esporta e trasforma in arma l’unica risorsa di cui dispone attualmente in abbondanza: il caos.
Come sottolineato di recente da alcune analisi pubblicate su The Times, il Cremlino si è reso conto che per allentare la pressione sul fronte ucraino e minare la coesione delle democrazie liberali non è necessario vincere una guerra simmetrica; basta rendere il mondo un posto più insicuro, frammentato e costoso da gestire per Washington e le capitali europee.
Il sabotaggio come dottrina: “Fase Zero” nel cuore dell’Europa
Questa strategia si manifesta in modo fluido e asimmetrico proprio nel cuore dell’Europa occidentale, definita dagli analisti della sicurezza come una vera e propria campagna “Fase Zero”. L’obiettivo principale non è un’aggressione militare convenzionale, ma la costante destabilizzazione interna dei paesi occidentali attraverso operazioni di logoramento che aggirano deliberatamente la soglia necessaria per attivare l’articolo 5 della NATO. Rispetto alle prime campagne di disinformazione digitale, le tecniche usate sul campo hanno fatto un enorme balzo in avanti dal punto di vista logistico e tecnologico, concentrandosi su tre aree principali:
- La flotta fantasma come piattaforma d’attacco: i movimenti della flotta fantasma russa nel Mar Baltico e nel Mare del Nord hanno assunto un chiaro significato strategico e militare. Queste navi commerciali, originariamente utilizzate per aggirare le sanzioni sul petrolio, operano costantemente con i transponder spenti, fungendo da piattaforme segrete per la guerra elettronica gestite dal GRU. Le incursioni aeree e i ripetuti blackout del GPS registrati nei cieli del Baltico e ai confini di Polonia, Romania ed Estonia non sono semplici provocazioni, ma test sistematici per individuare i punti deboli dei sistemi di difesa e di tracciamento occidentali.
- Guerra sottomarina e cecità infrastrutturale: i danni mirati alle infrastrutture critiche non sono più una questione di caso. Gli atti coordinati di sabotaggio contro i cavi sottomarini in fibra ottica tra la Finlandia e la Germania e tra la Svezia e la Lituania, insieme all’interruzione del cavo elettrico Estlink 2, dimostrano la capacità di Mosca di colpire i centri nevralgici della connettività e dell’approvvigionamento energetico europei. Isolare digitalmente o dal punto di vista energetico alcune zone del continente serve a scatenare il panico, mettendo in luce l’estrema vulnerabilità della vita civile occidentale.
- Sabotaggi “su richiesta” e agenti usa e getta: i servizi segreti polacchi, tedeschi e lituani hanno individuato un’evoluzione significativa nelle reti di infiltrazione. Invece di mandare spie professioniste che si fanno beccare facilmente, i servizi russi reclutano piccoli criminali, sabotatori e persone vulnerabili direttamente online tramite Telegram e i social media. Questi “soldati semplici” usa e getta, pagati in criptovalute, vengono impiegati per compiere atti di sabotaggio a basso costo ma con un forte impatto psicologico, come l’ondata di incendi dolosi che ha colpito centri commerciali e hub logistici in tutta l’Europa centrale. A ciò si aggiunge l’escalation verso minacce fisiche contro i vertici di aziende occidentali strategiche, come confermato dal complotto sventato contro l’amministratore delegato di Rheinmetall.
Lo “spoiler tattico” nei cinema di tutto il mondo
Il secondo pilastro di questa “grammatica del disordine” è il ruolo di “sabotatore tattico” nei teatri di crisi al di fuori dell’Europa, con particolare riferimento al Medio Oriente. Mosca non ha le risorse per stabilizzare la regione, né ha alcun interesse politico a farlo. Al contrario, il protrarsi del conflitto e dell’instabilità rappresenta un chiaro vantaggio geopolitico.
Attraverso un supporto asimmetrico in materia di intelligence e la condivisione di dati satellitari con attori statali e parastatali ostili all’Occidente (a cominciare dalla sua alleanza con Teheran), la Russia persegue un duplice obiettivo: da un lato, costringere gli Stati Uniti a dirottare risorse finanziarie, diplomatiche e militari verso il Medio Oriente, distogliendo l’attenzione dal fronte dell’Europa orientale; dall’altro, alimentare picchi inflazionistici legati alle rotte commerciali marittime e ai costi energetici, minando direttamente la stabilità politica e il sostegno pubblico ai governi occidentali.
Il paradosso di Mosca: l’economia di guerra e il vassallaggio nei confronti della Cina
Però, un’analisi davvero conservatrice e realista non può fermarsi alla superficie della minaccia; deve mettere a nudo le sue contraddizioni intrinseche. Questa struttura di disordine globale nasconde una profonda vulnerabilità strutturale. La Russia sta sperperando il proprio futuro per sostenere il presente.
I dati macroeconomici più recenti rivelano i chiari limiti dell’economia di guerra russa. Il crollo dei proventi derivanti dagli idrocarburi e la drastica riduzione delle liquidità del fondo sovrano dimostrano che la militarizzazione totale dell’industria nazionale sta cannibalizzando i settori produttivi civili, alimentando l’inflazione interna. Ma il fatto politicamente più significativo è un altro: l’illusione della «sovranità assoluta» sbandierata dalla propaganda del Cremlino ha portato a un accelerato vassallaggio geopolitico ed economico nei confronti di Pechino.
Con la Cina che ora gestisce oltre il 35% del commercio estero della Russia e fornisce quasi tutti i componenti tecnologici a duplice uso che aggirano le sanzioni, Mosca ha rinunciato alla propria autonomia strategica. Il prezzo che Putin sta pagando per aver destabilizzato l’Occidente è la trasformazione della Russia in un partner commerciale subordinato e dipendente dalla Repubblica Popolare Cinese.
Oltre la burocrazia: la necessità di una resilienza sovrana
Di fronte a questa minaccia asimmetrica, la risposta dei paesi occidentali non può essere puramente burocratica o limitarsi a semplici dichiarazioni di principio. La difesa delle società aperte dipende dalla capacità di contrastare l’asimmetria con la determinazione del realismo e la sovranità infrastrutturale.
Questo significa, prima di tutto, investire massicciamente nella sicurezza, nella sorveglianza e nella ridondanza delle infrastrutture nazionali critiche, potenziando i sistemi di pattugliamento marittimo, informatico e terrestre per le frontiere e le reti energetiche e digitali di base. In secondo luogo, bisogna capire che la deterrenza non è un concetto astratto, ma si basa sulla credibilità della forza, sulla tempestività della risposta e sulla resilienza economica. Mettere in luce pubblicamente le debolezze strutturali della Russia e la sua totale dipendenza da Pechino deve diventare parte integrante della nostra posizione strategica.
Il caos globale è l’arma di chi sa di non poter vincere una sfida aperta in termini di sviluppo, tecnologia e libertà. Riconoscere questo fatto non significa abbassare la guardia, ma rifiutare gli scenari apocalittici e riprendere a definire le politiche strategiche con la fermezza, la chiarezza e il realismo che i tempi richiedono.