– La crisi demografica dell’Europa non è solo una questione di numeri. È una crisi culturale, economica e politica che riguarda il futuro stesso del continente. Questo è il messaggio emerso dal dibattito “Famiglia, libertà e futuro dell’Europa”, che ha chiuso la sessione pomeridiana del Terzo Congresso europeo sulla famiglia, organizzato dal gruppo ECR a Dubrovnik. Politici e rappresentanti di organizzazioni conservatrici internazionali hanno discusso di natalità, occupazione, alloggi, identità cristiana e migrazione, mettendo a confronto le esperienze di Polonia, Romania, Italia, Ungheria e Stati Uniti.
L’incontro è stato aperto da Antonio Giordano, deputato italiano e segretario generale del partito ECR, che ha descritto la discussione conclusiva come “di certo non meno importante” rispetto alle tavole rotonde precedenti e ha sottolineato il prestigio internazionale degli ospiti. Il dibattito è stato moderato da Zsófia Bódi-Rácz, responsabile della comunicazione presso il Danube Institute, un think tank con sede a Budapest. La sua domanda iniziale ha definito i termini della discussione: con il calo dei tassi di natalità, perché l’Unione Europea sembra fare affidamento sull’immigrazione invece di impegnarsi di più per sostenere le famiglie e i cittadini europei?
Il primo a rispondere è stato Adam Bielan, eurodeputato polacco, capo della delegazione polacca al Parlamento europeo e membro del partito Diritto e Giustizia. «L’Europa sta affrontando non solo una crisi demografica, ma una crisi demografica e culturale allo stesso tempo», ha detto. Bielan ha ricordato il programma «500+», poi portato a «800+», introdotto dal governo conservatore polacco per sostenere le famiglie. Nella sua fase iniziale, la misura ha contribuito ad aumentare le nascite del 6 per cento. Il denaro da solo, però, non basta, ha ammesso. Servono anche alloggi a prezzi accessibili, salari adeguati e opportunità per i giovani. Da qui la sua difesa dell’esenzione dall’imposta sul reddito per chi ha meno di ventisei anni e la sua critica al Green Deal e al sistema di scambio delle quote di emissione: senza industria, crescita e occupazione, ha sostenuto Bielan, non può esserci una politica demografica efficace.
Per Bielan, il rinnovamento deve essere anche culturale. Il cristianesimo, ha ricordato, ha avuto un ruolo decisivo nella storia della Polonia e nella sua resistenza al comunismo. Dopo il 1989, però, il Paese è stato inondato dalle idee liberali occidentali «nel peggiore dei modi», perdendo alcuni dei suoi punti di riferimento tradizionali. Secondo lui, la vittoria presidenziale di Karol Nawrocki rappresenta un segnale del ritorno dei valori conservatori.
George Simion, vicepresidente esecutivo del partito ECR e presidente dell’AUR, l’Alleanza per l’Unione dei Rumeni, ha spostato l’attenzione sulla libertà politica e sulla sovranità nazionale. Secondo il leader rumeno, l’Europa applica «un chiaro doppio standard» nel giudicare i governi conservatori: le politiche a favore della famiglia del governo polacco di Diritto e Giustizia e di quello di Viktor Orbán in Ungheria sono state attaccate insieme alle amministrazioni che le hanno promosse. «Perché hanno paura della democrazia, di tornare alle urne e di rispettare il voto del popolo?», ha chiesto, denunciando le pressioni contro i partiti sovranisti.
Sul rapporto tra tassi di natalità e migrazione, Simion ha assunto la posizione più intransigente del panel: «Non abbiamo bisogno di nessuna forma di migrazione. Dobbiamo proteggere i nostri figli, i nostri cittadini, la nostra civiltà e le nostre radici cristiane». Il presidente dell’AUR ha fatto una distinzione tra gli emigranti rumeni, che ha descritto come ben integrati nei paesi ospitanti e desiderosi di tornare a casa, e l’immigrazione clandestina, che «deve essere fermata». Ha inoltre riconosciuto al governo Meloni i progressi compiuti nella lotta alla migrazione irregolare e ha indicato il 2029, anno delle prossime elezioni europee, come l’occasione decisiva per costruire una nuova maggioranza continentale.
Brian Brown, presidente dell’Organizzazione Internazionale per la Famiglia, una rete internazionale impegnata nella difesa della famiglia naturale, ha offerto una prospettiva dagli Stati Uniti. Brown ha contestato la tesi secondo cui la secolarizzazione sia un processo irreversibile, osservando che le comunità più religiose del mondo sono anche quelle che hanno più figli. «Se i conservatori si uniscono, possiamo affrontare questa situazione insieme», ha detto. Per Brown, l’Europa e l’America appartengono alla stessa civiltà e non possono accettare che l’immigrazione di massa venga presentata come una soluzione automatica al calo della natalità.
Il suo ragionamento si è concentrato soprattutto sul significato della libertà. La libertà conservatrice, ha spiegato, esiste all’interno di una società ordinata e non significa l’assenza di ogni limite. Lo Stato può quindi ricorrere alla tassazione e ad altri strumenti per incoraggiare scelte che favoriscano il bene comune, senza però imporre ai cittadini quanti figli devono avere. «La famiglia è un’istituzione primordiale. Precede sia lo Stato che il mercato», ha detto Brown. È all’interno della famiglia che si trasmettono i valori, che le persone imparano che non tutto ciò che offre il mercato ha lo stesso valore e che si impedisce allo Stato di diventare assoluto. «Lo Stato non può sostituirsi a un padre o a una madre».
Tina Mercep, segretaria generale e direttrice esecutiva dell’Unione Internazionale per la Democrazia, un’organizzazione globale che riunisce più di ottanta partiti di centro-destra provenienti da oltre sessanta paesi, ha offerto una prospettiva comparativa. Ha citato la Mongolia e il Kazakistan come paesi in cui il calo dei tassi di natalità è stato in parte invertito cambiando l’immagine pubblica della maternità e della genitorialità. «La risposta sta nella cultura, non solo nei soldi», ha detto. Dimostrare che una donna può essere contemporaneamente madre e deputata, moderatrice o primo ministro significa restituire visibilità sociale alla genitorialità, ha sostenuto Mercep.
Accanto alla cultura, però, c’è la questione degli alloggi. È difficile che una giovane coppia che vive in un appartamento di trentasette metri quadrati al quindicesimo piano possa pensare di mettere su una famiglia numerosa, ha osservato Mercep. Se le politiche demografiche devono durare nel tempo, la questione deve uscire dai margini dei ministeri degli affari sociali e diventare un punto fisso all’ordine del giorno dei capi di governo: «La demografia è una questione economica. È una questione di sicurezza. È una questione di difesa». Nel suo messaggio di chiusura rivolto ai giovani, la funzionaria croata li ha esortati a non nascondere la loro identità cristiana né a lasciare che i media e le mode del momento li allontanino dai valori con cui sono stati cresciuti.
Il punto di vista italiano è stato presentato da Carlo Fidanza, eurodeputato di Fratelli d’Italia e vicepresidente esecutivo del gruppo ECR. Fidanza ha difeso la stabilità del governo Meloni e le misure introdotte per sostenere la natalità e l’occupazione femminile, ricordando che da quando il governo è entrato in carica sono stati creati 1,3 milioni di posti di lavoro. Ogni posto di lavoro in più occupato da una donna, ha sostenuto, rappresenta un elemento di libertà, perché nessuna donna dovrebbe essere costretta a scegliere tra la maternità e il lavoro.
I risultati sul tasso di natalità, però, non sono ancora all’altezza dell’entità dell’investimento. La conclusione di Fidanza è stata che la sfida è soprattutto culturale: «La politica familiare non è un costo, è un investimento. Ogni euro speso per la politica familiare è un investimento nel futuro della nostra civiltà». Le regole di bilancio europee non dovrebbero quindi considerare la spesa a sostegno delle famiglie come una normale spesa pubblica. L’immigrazione, ha aggiunto, può avere un ruolo solo se è «limitata, regolamentata e basata sulle competenze», ma non può diventare l’alternativa a una ripresa del tasso di natalità in Europa.
Nel suo secondo intervento, Fidanza ha collegato il calo demografico alla deindustrializzazione causata dall’eccessiva regolamentazione e dai requisiti del Green Deal imposti alle aziende europee, mentre il mercato rimane aperto a concorrenti che non devono affrontare gli stessi vincoli. Senza una crescita economica e salari in grado di garantire sicurezza, i giovani rimandano il momento di lasciare la casa dei genitori e di mettere su famiglia. Anche il governo italiano intende affrontare questo problema attraverso un piano nazionale per rendere disponibili oltre 100.000 alloggi a prezzi regolamentati, destinati principalmente ai giovani e alle famiglie.
Fidanza ha parlato anche dell’accesso dei cittadini stranieri alle prestazioni sociali, criticando le interpretazioni delle corti europee che rendono difficile introdurre requisiti di residenza più lunghi. Le risorse, ha sostenuto, dovrebbero dare la priorità ai cittadini e ai cittadini stranieri che risiedono legalmente nel Paese, sono integrati e si impegnano a costruirsi un futuro stabile qui. Ha quindi fatto riferimento all’iniziativa promossa da Giorgia Meloni e dalla prima ministra danese Mette Frederiksen per rivedere l’interpretazione della Convenzione europea dei diritti dell’uomo nei casi legati all’immigrazione.
Mercep è tornata anche sul tema dell’immigrazione, citando la posizione della leader dei conservatori britannici Kemi Badenoch sulla sua dimensione culturale: una cultura che accetta i matrimoni infantili o la violenza contro le donne, ha osservato, non può essere considerata alla pari di una che li rifiuta.
Prima di concludere, Zsófia Bódi-Rácz ha invitato sul palco Valeria, una giovane partecipante che aveva contribuito a un articolo di ricerca sull’argomento. La sua domanda – come si possano incoraggiare i giovani ad avere figli senza perdere le loro tradizioni, il loro stile di vita e i valori familiari – ha riportato la discussione sulla generazione che dovrà convivere con le conseguenze dell’inverno demografico. La moderatrice ha concluso con il principio alla base della politica familiare ungherese: «Vogliamo che nasca ogni bambino desiderato» e che si costruisca un’Europa in cui le persone tornino a desiderare di avere figli.
Il dibattito di Dubrovnik non ha offerto una formula unica. Ha però definito un ordine condiviso di priorità: lavoro stabile, alloggi a prezzi accessibili, un regime fiscale favorevole, la difesa dell’identità e politiche in grado di resistere ai cambiamenti di governo. Soprattutto, ha respinto l’idea che il declino sia inevitabile o che l’Europa possa semplicemente sostituire le generazioni che non nascono più attraverso l’immigrazione. Per i conservatori riuniti dall’ECR, il rinnovamento demografico inizia quando la famiglia viene nuovamente considerata non come un retaggio del passato, ma come l’infrastruttura essenziale del futuro dell’Europa.