Al terzo Congresso europeo sulla famiglia a Dubrovnik, il partito ECR ha organizzato una tavola rotonda dal titolo “La culla vuota: i numeri che stanno ridisegnando l’Europa” per stimolare una discussione scomoda: l’Europa non sta semplicemente invecchiando, sta scomparendo dalle fondamenta. I sei relatori hanno smontato la versione rassicurante delle statistiche demografiche ufficiali e hanno sostenuto che la crisi è allo stesso tempo matematica, economica, culturale e spirituale.
Antonio Giordano, segretario generale del partito ECR, ha aperto i lavori presentando i relatori prima di cedere la parola alla moderatrice Petra Mandić, responsabile del Consiglio per la famiglia e la demografia del partito Most in Croazia. Lei ha subito dato una nuova prospettiva al dibattito: invece di concentrarsi sul tasso di fertilità, si è chiesta quante persone siano ancora in grado, in primo luogo, di formare una famiglia. La Croazia ha registrato circa 32.000 nascite nel 2024, il numero più basso di sempre, nonostante un tasso di fertilità di 1,46, superiore alla media UE di 1,34. La sua spiegazione: la “base” sta crollando. Tra il 2011 e il 2025 la Croazia ha perso circa 125.000 donne tra i 20 e i 39 anni, più di una su cinque, in quello che lei ha definito «la matematica della scomparsa». Ha fatto riferimento all’idea di natalità di Hannah Arendt e agli scritti di Roger Scruton sulla continuità familiare, inquadrando la questione come la capacità o meno della società di rinnovarsi, e ha sottolineato che quasi due terzi dei croati tra i 25 e i 34 anni vivono ancora con i genitori, il tasso più alto dell’UE.
Sara Bogdan Bešlić, consigliera comunale croata, agricoltrice e madre di tre figli, ha espresso la critica più tagliente su come vengono manipolati i dati demografici. L’UE ha registrato 3,46 milioni di nascite contro 4,81 milioni di decessi, con un calo naturale di 1,35 milioni, ma aggiungendo circa 2 milioni di migranti i funzionari hanno potuto presentare un aumento netto di 700.000 persone come se fosse crescita. In Croazia, 32.000 nascite contro 50.000 decessi hanno comportato un deficit di 18.000 persone; tutte e 20 le contee croate hanno registrato una variazione naturale negativa e solo 43 dei suoi 555 comuni hanno registrato una crescita naturale. Eppure, i titoli dei giornali parlavano di un aumento della popolazione. «Aggiungiamo la migrazione come aggiustamento statistico», ha detto, «e facciamo sembrare l’inverno demografico una primavera». Ha anche sostenuto che la migrazione è fortemente sbilanciata a favore degli uomini, contribuendo ben poco a risolvere il problema di chi darà effettivamente alla luce la prossima generazione; in seguito, spinta da una domanda di Lloyd Opdam di ECR Youth sulla quota prevista del 3,4% della popolazione mondiale attribuibile all’Europa entro il 2100, ha definito il ricorso all’immigrazione più pericoloso del calo demografico stesso, indicando la Polonia come modello e raccontando la sua esperienza personale: si è sposata a 19 anni e ha avuto il primo figlio a 20, nonostante il disappunto sociale.
Jorge Jraissati, presidente dell’Economic Inclusion Group, un think tank guidato da venezuelani attivo in tutta l’America Latina, negli Stati Uniti e in Europa, ha definito la crisi come un fenomeno sia economico che culturale. L’eccessiva regolamentazione da Bruxelles, ha sostenuto, rende estremamente difficile per i giovani europei raggiungere una stabilità finanziaria, mentre il costante martellamento di pessimismo accademico sul collasso ambientale e della civiltà fa sembrare la scelta di avere figli una cosa irresponsabile piuttosto che piena di speranza. Ha avvertito che l’Europa è sulla buona strada per perdere 2 milioni di lavoratori all’anno, rendendo insostenibile lo stato sociale, e ha proposto detrazioni fiscali per i giovani genitori, mutui e crediti aziendali più accessibili, oltre a una riforma del diritto fallimentare per incoraggiare l’imprenditorialità, in pratica rendendo di nuovo “di moda” la creazione di una famiglia e l’assunzione di rischi attraverso le politiche.
Elina Treija, presidente dell’Unione delle Famiglie Numerose della Lettonia e consigliera comunale di Riga a capo della Commissione per l’edilizia abitativa, ha fornito i dettagli politici più concreti. Ha illustrato un sistema di affitti comunali garantiti a prezzi accessibili, commisurati alle dimensioni del nucleo familiare, garanzie ipotecarie sostenute dallo Stato (fino a 50.000 € per le famiglie con tre figli) e contributi per l’anticipo compresi tra 8.000 e 10.000 €. Ha sostenuto che il sostegno non dovrebbe rivolgersi solo alle famiglie a basso reddito, poiché spesso sono proprio quelle a reddito medio-alto a dover affrontare i compromessi più difficili quando valutano l’idea di avere un altro figlio. La sua proposta più innovativa: sussidi statali che riducano il saldo del mutuo esistente della famiglia a ogni nuova nascita, compensando la perdita di reddito che spesso manda all’aria i piani familiari. Ha fatto notare che, quando in Lettonia sono stati introdotti gli incentivi per le famiglie numerose, le nascite del terzo figlio o successive sono passate dal 15% al 25% di tutti i neonati. È la prova concreta che le politiche possono davvero cambiare i comportamenti, anche se da allora l’inflazione ha eroso il valore di questi sostegni.
Mihovil Klarić, un insegnante di religione croato, ha offerto il contributo più filosofico della tavola rotonda, attingendo a Charles Taylor, Max Weber e Alexis de Tocqueville. Ha sostenuto che l’Europa ha passato trent’anni a curare la malattia sbagliata, concentrandosi sull’«offerta» finanziaria invece che sul crollo del desiderio stesso, descrivendo la vita moderna come una gabbia comoda: egocentrica, transazionale e passivamente dipendente dallo Stato. La sua immagine conclusiva ha dato il titolo alla tavola rotonda: «Abbiamo riempito le gabbie e svuotato le culle».
A chiusura della sessione, Fabrizio Masia di EMG ha presentato una ricerca basata sui dati Eurostat che conferma gli allarmi lanciati dal panel: le nascite nell’UE sono scese da oltre 5 milioni nel 1990 alle cifre di oggi, con dieci paesi che ora hanno un tasso di fertilità inferiore a 1,30, una soglia che nessun paese aveva raggiunto nel 1990. Le proiezioni indicano che la popolazione europea si stabilizzerà intorno ai 453 milioni entro il 2029, per poi scendere sotto i 400 milioni entro il 2100, un numero inferiore a quello degli Stati Uniti e probabilmente anche a quello della sola Nigeria. Fondamentalmente, i dati di Masia hanno confermato il “divario tra desiderio e realtà” descritto dai relatori: le donne ceche vorrebbero 2,2–2,4 figli ma ne hanno solo 1–1,4, mentre un’indagine italiana ha rilevato che il 68% delle donne vorrebbe due o più figli. Ha inoltre individuato una correlazione sorprendente: più tardi i giovani lasciano la casa dei genitori – con un’età che va dai 21,3 anni in Finlandia a circa 30–31 in Croazia e in Italia – più basso è il tasso di fertilità di un paese, con un coefficiente di correlazione pari a meno 0,7. La sua conclusione ha fatto eco a quella del panel: alloggi stabili, lavoro sicuro e politiche strutturali sono ciò che permetterà agli europei di colmare il divario tra le famiglie che vorrebbero avere e quelle che hanno.