Il panorama mediatico irlandese rimane uno dei più politicamente asserviti al proprio governo di tutta Europa. Con una tradizione che va dalle leggi sulla diffamazione più severe d’Europa, che limitano la libertà di pubblicazione della stampa irlandese, fino alla concessione di sussidi governativi che tengono a galla testate non redditizie, i media irlandesi risultano di conseguenza acritici e comprati. Anche una serie di altri fattori, come i finanziamenti statali alla stampa, i pregiudizi istituzionali di sinistra nel settore e, ovviamente, il fenomeno della “porta girevole” tra governo e media, mettono seriamente in discussione la credibilità dei giornali irlandesi.
I giornali finanziati dallo Stato criticheranno il governo su questioni ammissibili, basandosi su motivi che i loro giornalisti di alto livello hanno ritenuto non conflittuali e quindi poco suscettibili di mettere a rischio i loro finanziamenti governativi. Tuttavia, molti giornali evitano sistematicamente di affrontare le crisi concrete e profondamente impopolari che il Paese sta affrontando, che si tratti di immigrazione, di alloggi o della politica economica insostenibile in materia di investimenti diretti esteri.
Non c’è solo il problema dei sussidi statali, ma anche un forte orientamento di sinistra: l’emittente pubblica RTE ha riportato nel 2023 che la maggioranza dei giornalisti irlandesi intervistati dalla Dublin City University si è definita di sinistra. I numeri dicono che il 61,5% si identifica come di sinistra, contro solo l’8,5% di giornalisti di destra. Di conseguenza, c’è uno squilibrio intrinseco nelle prospettive politiche di molti media irlandesi, che svantaggia le opinioni politiche conservatrici e, in certi casi, è addirittura ostile nei loro confronti.
Il fenomeno del “giro di porte” tra enti governativi e aziende private è ben noto e molto discusso. Meno evidente, invece, è il flusso costante di giornalisti che passano a ricoprire incarichi governativi. Ad esempio, l’anno scorso Gript Media ha riportato che il giornalista Hugh O’Connell era stato nominato vice addetto stampa del governo e che, secondo i critici, avrebbe avuto un orientamento di parte a favore del Fine Gael. Ma la storia non finisce qui: proprio la persona che lui ha sostituito in quella posizione era Chris O’Donohoe, conduttore radiofonico di Newstalk. Ora, non è certo una sorpresa che un addetto stampa possa essere un ex giornalista: i ruoli professionali sono ovviamente correlati dal punto di vista funzionale. Ma se guardi a questo fenomeno in modo più ampio, lo schema diventa evidente. Helen McEntee aveva già assunto il reporter dell’Irish Times Fiach Kelly, mentre Simon Harris ha assunto giornalisti dell’Irish Times e dell’Irish Examiner.
Il governo sta finanziando e formando esperti di comunicazione nel settore dei media pubblici, per poi assumerli internamente come consulenti una volta che il loro valore politico è maturato. Considera, ad esempio, il fatto che il ministro Patrick O’Donovan abbia dato in escandescenze perché temeva che le proteste sul carburante di aprile di quest’anno fossero state riportate dai media in modo di parte contro il governo.
C’è una contraddizione imbarazzante qui che la classe politica irlandese non ammetterà mai. Da un lato lodano l’importanza di una stampa libera e i valori della libertà di parola, e subito dopo attaccano senza pietà qualsiasi testata giornalistica che osi criticarli pubblicamente. Per non parlare del fatto che, con l’aumento della spesa pubblica destinata ai media – un modello di business sempre meno redditizio – i giornali sono diventati, in alcuni casi, completamente dipendenti dai sussidi governativi.
Infatti, il ministro O’Donovan sarebbe stato coinvolto in una telefonata segreta con l’organismo di censura dei media del governo irlandese, la Coimisiun na Mean, a seguito della copertura data dalla RTE alle proteste sul carburante, di cui non era soddisfatto. Si dice anche che abbia chiesto a un funzionario della Coimisiun na Mean di verificare «se nella legislazione esistesse un meccanismo che permettesse al ministro di richiedere un’analisi delle trasmissioni» relative a questi eventi.
Un comportamento del genere dovrebbe essere assurdo per una democrazia occidentale come l’Irlanda, e il ministro è stato giustamente criticato per questo. Ma, ancora una volta, questa critica è stata mossa in modo tale da non mettere a rischio i finanziamenti governativi. I media hanno trattato l’argomento, ma non si sono spinti a trarre la conclusione ovvia che il ministro e i suoi colleghi stessero violando le convenzioni fondamentali di un governo democratico e trasparente. Queste conclusioni non sono mai state tratte proprio perché farlo avrebbe messo a rischio i finanziamenti governativi per i giornali e avrebbe potuto forse danneggiare le future ambizioni di carriera dei giornalisti irlandesi all’interno dell’apparato statale.
La questione è talmente nota che un rappresentante di un’emittente radiofonica in difficoltà in Irlanda ha affermato che le emittenti locali praticavano l’autocensura per evitare di perdere i fondi statali necessari a tenere a galla l’emittente.
Con i commissari dei media che offrono ogni anno somme nell’ordine dei milioni con sempre maggiore frequenza, la dipendenza dei media pubblici dallo Stato non ha fatto che aumentare, questa volta con l’obiettivo specifico di contrastare la disinformazione.
È emerso che nel 2025 l’Irish Independent ha ricevuto circa 330.000 euro da Coimisiun na Mean, mentre il Journal e l’Irish Examiner hanno ricevuto circa 130.000 euro ciascuno. Questi programmi di finanziamento non riguardavano solo i giornali con un pubblico nazionale, ma anche testate locali più piccole come il Connacht Tribune, il Mayo News, il Kerryman e il Westmeath Examiner, oltre a una serie di altre testate regionali di rilevanza politica. Queste testate vanno considerate significative per la loro copertura mediatica locale nel contesto elettorale irlandese, fortemente improntato al localismo, dove una presenza costante su tali giornali è probabilmente più visibile agli elettori rispetto alle notizie nazionali. Questo, in effetti, funziona come una sorta di acquisto di influenza da parte non solo del governo irlandese, ma anche di un certo tipo di regime politico di sinistra che si maschera da centrista e da voce della ragione, nonostante il crescente disprezzo dell’opinione pubblica nei confronti dei partiti di governo e della sinistra politica.
La cosa più scandalosa è che l’autorità di regolamentazione dei media e il governo che l’ha creata non abbiano nemmeno cercato di nascondere le loro tracce. Coimisuin na Mean ha annunciato quest’anno che avrebbe indetto una consultazione pubblica per fondo che promuoveva l’alfabetizzazione mediatica per combattere la disinformazione online. Ancora una volta viene alla luce la vergognosa tendenza ideologica del sistema politico irlandese, dove la stampa poco lusinghiera o i servizi giornalistici contrari agli interessi del governo vengono etichettati come disinformazione. Per far fronte alla crescente diffusione di questo tipo di servizi o contenuti mediatici tra il pubblico, lanciano apertamente appelli a presentare piani per “rieducare” la gente, sostenendo che il governo ne sa più di loro.
È per questi motivi che il panorama mediatico irlandese è strutturalmente difettoso. Da un lato il governo eroga fondi, dall’altro censura una stampa che è diventata fiscalmente dipendente o ideologicamente allineata. L’arroganza con cui vengono portate avanti queste iniziative non conosce limiti, con il dibattito sulla censura in Irlanda che viene invece incorniciato proprio sull’altare della democrazia stessa. L’ipocrisia di queste manovre sfugge alla classe politica irlandese, che ha sistematicamente minato l’autorità delle nostre istituzioni statali, lasciando che cadessero sotto l’influenza di cartelli ideologici e sociali.
Qualsiasi tentativo di riformare l’amministrazione irlandese richiederà una totale ridefinizione del rapporto tra lo Stato e i media. Tutti i finanziamenti governativi alle testate giornalistiche devono essere interrotti immediatamente. Le fonti di informazione indipendenti dovrebbero essere premiate in base alla loro redditività economica come prodotto o servizio che il pubblico è effettivamente interessato a sostenere. In un’era digitale in cui i social media offrono queste informazioni gratuitamente e in tempo reale, spesso con commenti più incisivi persino rispetto a quotidiani nazionali controversi come l’Irish Times.