Il campo di battaglia ucraino sta definendo la prossima dottrina di difesa dell’Europa

Guerra in Ucraina - Le nostre democrazie in pericolo - 3 Ottobre 2026

Nel resoconto della controffensiva ucraina a Oleksandrivka, il dettaglio più significativo è l’ordine in cui si sono susseguite le operazioni. Prima c’è stata la preparazione del campo di battaglia, poi l’avanzata della fanteria e infine i carri armati, che hanno consolidato il terreno già conquistato. Nel suo articolo pubblicato su The Telegraph il 3 ottobre, Verity Bowman descrive uno schieramento di mezzi corazzati reso possibile da mesi di operazioni contro il sistema militare che ne aveva limitato i movimenti: logistica, ricognizione, artiglieria e droni russi. La minaccia non era scomparsa. Erano cambiate, a livello locale, le condizioni per affrontarla.

Questo episodio offre un punto di partenza per analizzare la trasformazione della difesa europea senza ridurla a una sfida tra armi vecchie e nuove. La domanda che emerge dalle testimonianze raccolte dal quotidiano britannico non è semplicemente se il carro armato abbia ancora un futuro, ma da quali altre capacità dipenda il suo utilizzo. Questa domanda collega anche l’esperienza dell’Ucraina alla pianificazione della difesa europea: come integrare piattaforme tradizionali, sistemi senza equipaggio e reti di comunicazione in una forza in grado di operare in modo coordinato.

I carri armati tornano, ma la guerra è cambiata

L’articolo del Telegraph contiene un’importante precisazione. Gli analisti intervistati non parlano di un ritorno alle avanzate su larga scala dei blindati lungo tutto il fronte. In diversi casi, i carri armati hanno fornito potenza di fuoco e protezione alle posizioni già conquistate dalla fanteria. L’area esposta agli attacchi dei droni non era stata eliminata; in alcuni settori, era diventata meno pericolosa. Il giornale riporta anche le perdite ucraine, evitando di suggerire che l’adattamento abbia fornito una soluzione definitiva alla vulnerabilità dei mezzi corazzati pesanti.

Questa distinzione è importante. Un risultato ottenuto a livello locale non dimostra che la stessa combinazione possa essere riprodotta ovunque, né risolve la questione della sopravvivenza dei mezzi corazzati. In questa analisi, però, gli strumenti che hanno trasformato il campo di battaglia non si sono limitati a ostacolare il carro armato. Usati insieme ad altre capacità, hanno contribuito a renderne nuovamente possibile l’impiego. Il rapporto tra droni e veicoli con equipaggio appare quindi più complesso di una semplice sostituzione dell’uno con l’altro.

Un’interpretazione in linea con questa era stata avanzata il 20 giugno da Hamish de Bretton-Gordon e James Holland, anch’essi sulle pagine del *The Telegraph*. I due immaginavano che i carri armati potessero aggiungere nuove funzioni ai loro ruoli tradizionali: nodi di comunicazione, piattaforme di guerra elettronica e basi mobili di supporto per i droni. L’energia elettrica disponibile a bordo di questi veicoli, sostenevano, avrebbe potuto consentire impieghi che andassero oltre il combattimento diretto. Si trattava di una possibile direzione di sviluppo, non della descrizione di una configurazione già diffusa negli eserciti europei.

Il legame tra i due articoli è quindi un’ipotesi sulla trasformazione, piuttosto che la prova che il carro armato del futuro sia già apparso sul fronte ucraino. Uno delinea una potenziale evoluzione tecnologica; l’altro descrive un adattamento operativo. Ciò che li accomuna è l’importanza attribuita alle relazioni tra i diversi componenti di una forza armata.

Dall’esperienza alla pianificazione

Questo approccio è già entrato a far parte della pianificazione della difesa britannica. La Revisione Strategica della Difesa del 2025 prevede un mix “20-40-40” tra piattaforme con equipaggio, sistemi senza equipaggio riutilizzabili e materiali di consumo, tra cui munizioni e droni d’attacco monouso. Non si tratta di una ripartizione della spesa, né significa che i droni da soli fornirebbero l’80 per cento della capacità. Il documento mantiene un ruolo per i veicoli corazzati, inserendone l’evoluzione all’interno di una forza più integrata.

La stessa analisi propone una rete digitale che colleghi sensori, responsabili delle decisioni e sistemi d’arma, ispirandosi esplicitamente agli insegnamenti tratti dall’Ucraina. Chiede inoltre che l’integrazione venga valutata in base alla disponibilità delle risorse, alla sostenibilità, all’interoperabilità con la NATO e alla rapidità del processo decisionale. Il cambiamento concettuale consiste nel passare dal semplice possesso di singole tecnologie alla loro integrazione per farle funzionare insieme. Questi rimangono obiettivi e raccomandazioni: il documento non attesta che la trasformazione sia stata completata.

È proprio attraverso questi passaggi che l’esperienza sul campo di battaglia può contribuire alla stesura della dottrina. Un’esperienza viene osservata, interpretata e tradotta in requisiti, addestramento e organizzazione. Non c’è alcun trasferimento automatico dal successo di un’unità ucraina alla prontezza operativa di un esercito europeo.

The European Connection

A livello dell’UE, il 28 settembre la Commissione europea ha annunciato l’approvazione da parte degli Stati membri dei primi cinque progetti europei di difesa di interesse comune. Questi riguardano i droni e i sistemi anti-drone, la difesa marittima e dei fondali marini, la difesa spaziale, aerea e missilistica, e la sicurezza lungo il fianco orientale. Nell’ambito del Programma europeo per l’industria della difesa (EDIP), la Commissione ha stanziato 325 milioni di euro per sostenere questa categoria di progetti. L’approvazione permette di procedere verso il finanziamento; non significa però che i sistemi siano già operativi.

La Roadmap per la prontezza difensiva 2030, presentata nell’ottobre 2025, mette in evidenza i collegamenti tra le diverse capacità. Per l’Iniziativa europea di difesa con droni e l’Eastern Flank Watch, propone di combinare sorveglianza, droni, contromisure, guerra elettronica e coordinamento operativo, in collaborazione con la NATO e a integrazione dei suoi piani regionali. La struttura proposta prevede coalizioni di capacità con nazioni capofila: si tratta di un quadro di cooperazione tra Stati, non della descrizione di una forza europea già costituita.

Letti insieme alle testimonianze ucraine, questi documenti suggeriscono una convergenza di approccio. Di per sé, non dimostrano che i programmi europei abbiano già fatto tesoro di ogni insegnamento tratto dal conflitto. Permettono però di porre domande che si possono verificare: quali sistemi scambieranno informazioni, quali unità li gestiranno, con quale formazione e secondo quali procedure condivise?

Anche la dimensione industriale rientra nello stesso problema. La tabella di marcia collega la prontezza militare alla produzione nella scala e alla velocità necessarie, a tempi di consegna più brevi e a una maggiore sicurezza dell’approvvigionamento. Prevede inoltre di integrare l’industria e l’innovazione ucraine nello sforzo europeo. Si tratta di obiettivi dichiarati, la cui attuazione resta ancora da valutare.

La rete si estende oltre il fronte

L’annuncio dei finanziamenti europei per i droni introduce un ambito correlato ma distinto. Il 2 ottobre, Euronews ha riportato la notizia di ulteriori 130 milioni di euro destinati a tecnologie volte a rafforzare la sicurezza delle frontiere. Il programma riguarda i droni, i sistemi anti-drone e la loro integrazione nelle reti di sorveglianza nazionali. Nelle dichiarazioni riportate, il commissario Magnus Brunner ha fatto riferimento anche alla protezione delle infrastrutture critiche.

Sarebbe fuorviante aggiungere questi fondi ai programmi militari come se servissero alla stessa missione. La sorveglianza delle frontiere e i combattimenti ad alta intensità hanno scopi e requisiti diversi. Il nesso riguarda invece alcune funzioni specifiche: individuare una minaccia, condividere informazioni e coordinare una risposta. È qui che questi fondi vanno inseriti nel dibattito, non solo perché c’è la parola “drone”.

Il rapporto sulla situazione della RANE del 2 ottobre aggiunge la questione della vulnerabilità delle infrastrutture. Basandosi su un articolo del *New York Times*, descrive un presunto piano russo, presentato dall’Ucraina come informazione di intelligence intercettata, che prenderebbe di mira le forniture di elettricità, riscaldamento e acqua a Kiev, Kharkiv e Odessa. Questa attribuzione va presa con le pinze: il rapporto della RANE non conferma in modo indipendente l’autenticità del piano. Secondo la valutazione della RANE, gli attacchi alle reti elettriche potrebbero anche compromettere la produzione nucleare e i servizi municipali, con gravi conseguenze per la popolazione.

Il confronto mette in luce due problemi distinti ma collegati: consentire alle forze armate di operare e preservare i servizi da cui dipende la società che le sostiene. Non significa confondere la sicurezza interna con la difesa militare, né suggerire che i sistemi anti-drone possano rispondere a ogni minaccia.

Il divario tra un programma e una capacità

Un’indicazione di questo divario emerge dalla dichiarazione dell’Agenzia europea per la difesa del 30 settembre sul primo Rapporto annuale sulla prontezza alla difesa. La sintesi del rapporto rileva i progressi compiuti, ma individua anche alcune carenze persistenti, distinguendo tra spesa, capacità, industria e partnership. Il rapporto completo è destinato ai governi e non è di dominio pubblico. Qualsiasi valutazione deve quindi basarsi sulla dichiarazione ufficiale, piuttosto che sulla lettura del documento completo.

Nel loro insieme, queste fonti descrivono una trasformazione in corso. Il reportage ucraino mostra come l’impiego di un’arma possa cambiare quando cambia il sistema che la circonda. L’analisi britannica traduce un ragionamento simile in un modello di forza. I programmi europei individuano le capacità e gli strumenti industriali attraverso i quali perseguire l’integrazione. Si tratta di livelli collegati tra loro, ma non sono intercambiabili.

A Oleksandrivka, secondo il Telegraph, i carri armati hanno contribuito a mantenere le posizioni conquistate dopo una fase di preparazione che ha coinvolto diverse altre componenti delle forze armate. Questa è la constatazione operativa da cui partire, senza trasformarla in una promessa universale. La sua rilevanza per la difesa europea sta proprio nella domanda che lascia aperta: non solo quali risorse saranno disponibili, ma anche a quali condizioni potranno essere impiegate insieme.