Ci ricordiamo tutti dove eravamo quando Kennedy fu ucciso nel 1963, quando la principessa Diana morì nel 1997 e quando i terroristi attaccarono le Torri Gemelle a New York e il Pentagono nel 2001. Furono eventi improvvisi, scioccanti e del tutto inaspettati. Nel 1963 ero un topolino di biblioteca di dieci anni, intento a leggere tranquillamente, quando un giovane vicino irruppe nella stanza gridando: «Hanno sparato a Kennedy!». Nel 1997 ero sul sedile posteriore di un taxi a Milano quando l’autista alzò improvvisamente il volume della radio, mi guardò e disse: «La principessa Diana è morta in un incidente d’auto!». Nel 2001 ero a Bratislava, partecipavo a una riunione della Mont Pelerin Society – di cui facevo parte del Consiglio di Amministrazione – quando un amico che alloggiava nello stesso hotel mi ha chiamato dicendomi: «Stanno attaccando le Torri Gemelle!». «Come in un film?», ho chiesto. «Sì, solo che non è un film», ha risposto.
Non è odio verso Israele
I primi due eventi erano facili da spiegare. L’assassino di Kennedy, Lee Harvey Oswald, era un tipo di sinistra un po’ confuso, probabilmente pazzo; e l’autista dell’auto di Diana era ubriaco. Le teorie del complotto su questi due eventi sono inverosimili. Ma cosa ha spinto quel piccolo gruppo di terroristi che l’11 settembre 2001, venticinque anni fa, ha dirottato quattro aerei? Molti dicono che fosse l’odio verso Israele, e chi critica Israele aggiunge che gli ebrei hanno sottratto terra agli arabi, fondato il proprio Stato e cacciato via gli arabi. «Chi di spada ferisce, di spada perisce». Questo, ovviamente, è vero solo in parte. Israele era l’antica patria degli ebrei. Gli arabi vi arrivarono solo nel VII secolo. La migrazione di massa degli ebrei verso Israele iniziò alla fine del XIX secolo a causa delle persecuzioni subite in molti paesi. Gli ebrei acquistarono terreni, ma incontrarono una feroce opposizione araba. Quando nel 1947 le Nazioni Unite proposero una spartizione del paese tra ebrei e arabi, gli ebrei la accettarono, ma gli Stati arabi vicini la respinsero e nel 1948 dichiararono guerra a Israele, guerra che persero. Di conseguenza, 700.000 arabi fuggirono da Israele (mentre 150.000 arabi vi rimasero) e 800.000 ebrei furono cacciati dai paesi arabi e si rifugiarono in Israele.
L’odio verso l’Occidente
Anche se l’odio verso Israele può essere infondato, può comunque essere reale. Ma se l’odio verso Israele ha spinto i dirottatori, perché non hanno attaccato Israele? Diciannove terroristi addestrati in missione suicida avrebbero potuto causare danni notevoli lì. Tuttavia, nessuno dei diciannove dirottatori era palestinese: provenivano dall’Arabia Saudita (15), dagli Emirati Arabi Uniti (2), dall’Egitto (1) e dal Libano (1). È stato l’odio verso gli Stati Uniti, non verso Israele, a spingere i dirottatori, e quell’odio era in realtà odio verso l’Occidente, così come si è sviluppato negli ultimi duemila anni, con il suo retaggio di tolleranza, diversità e individualità, la libertà di scelta, il governo limitato, il libero scambio e la proprietà privata: odio per quella che Karl Popper chiamava la «Società Aperta» e Friedrich von Hayek l’«Ordine Esteso». I dirottatori e i loro sostenitori nell’organizzazione terroristica di Al-Qaeda erano fanatici religiosi, islamisti estremisti, per i quali l’Occidente rappresentava una minaccia esistenziale perché, se potessero scegliere, la maggior parte delle persone abbraccierebbe i valori e le pratiche occidentali. Pertanto, non bastava prendere il potere nei paesi arabi e imporvi la sharia; bisognava anche distruggere, indebolire o trasformare l’Occidente nella stessa forza intollerante che loro stessi rappresentavano.
Ampia scelta di obiettivi
È significativo che i dirottatori abbiano scelto come obiettivi non solo il Pentagono, simbolo della capacità e della volontà degli Stati Uniti di difendersi, ma anche le Torri Gemelle di New York, un potente simbolo della società consumistica che gli estremisti temevano e detestavano. Ogni grattacielo è, come ha osservato Ayn Rand, un’espressione dell’ingegno, della creatività e delle conquiste umane. Lo skyline di New York è un esempio inconfutabile della grande idea di Adam Smith secondo cui gli individui che perseguono il proprio profitto creano prosperità per tutti.