Cos’è una nazione?

World - 15 Settembre 2026

Un lettore della mia rubrica su Il Conservatore mi ha fatto una domanda. Io aveva ricordato che i norvegesi si sono separati dalla Svezia nel 1905 perché non erano svedesi, e i finlandesi dalla Russia nel 1917 perché non erano russi. Ho fatto notare che queste e altre nazioni stavano affermando la propria identità senza essere ostili alle altre nazioni. La domanda del mio lettore era: «Chi sono “queste nazioni”? Il 100% delle persone che vivono lì? Il 50%+1? Il 75%?». È una domanda intrigante: cosa rende una nazione? Cosa succede a una minoranza nazionale? E che dire dell’elemento coercitivo nella nazionalità? Infatti, Lord Acton osservò che una società dovrebbe essere giudicata in base a come tratta le sue minoranze.

La strada sbagliata: sterminio e deportazione

A volte far parte di una minoranza ha significato lo sterminio: i coloni europei sia in Nord che in Sud America hanno sterminato le popolazioni indigene; i russi hanno sterminato i circassi; i turchi hanno sterminato gli armeni (e i greci e i curdi); i nazisti hanno sterminato gli ebrei; i Khmer Rossi hanno sterminato il “Nuovo Popolo”. Spesso ha significato deportazione: la cattività babilonese degli ebrei nel 597 a.C.; l’espulsione degli ebrei dalla Spagna nel XV secolo; l’espulsione di 1,5 milioni di cristiani ortodossi (greci) dalla Turchia e di 500.000 musulmani (turchi) dalla Grecia nel 1923; diverse deportazioni di massa di piccole nazioni nell’Unione Sovietica; l’espulsione di 800.000 ebrei dai paesi arabi nel 1948 e negli anni successivi, e la fuga di 700.000 arabi da Israele; l’esodo di quasi un milione di “Pieds-Noir” da Algeri verso la Francia nel 1962. Non va dimenticata nemmeno l’espulsione di dodici milioni di persone di lingua tedesca dalla Polonia, dalla Cecoslovacchia e da altri paesi europei dopo il 1945. Voltaire non era poi così lontano dalla verità quando descrisse la storia del mondo come «una raccolta di crimini, follie e sventure».

Nazioni per scelta

Questi crimini orribili non possono però essere attribuiti esclusivamente al nazionalismo: molti di essi sono avvenuti prima che lo Stato-nazione diventasse un vero e proprio obiettivo politico. Inoltre, lo storico francese Ernest Renan e il poeta danese N.F.S. Grundtvig hanno elaborato una teoria liberale della nazionalità. Renan sosteneva che una nazione fosse un gruppo costituito non necessariamente da una lingua comune o da una storia condivisa, ma dalla volontà del gruppo stesso di essere una nazione. Con la sua memorabile frase, definì la nazione un «plebiscito quotidiano». Ciò implicava il diritto alla secessione: se un gruppo si identificava come nazione e voleva formare un proprio Stato, avrebbe dovuto poterlo fare. È quello che fecero i norvegesi nel 1905, i finlandesi nel 1917 e diverse nazioni in Europa nel 1918. A volte era giusto, per esempio nel caso degli Stati baltici e della Polonia. Ma a volte non lo era; per esempio, quando i cechi imposero il loro Stato ai vicini tedeschi e slovacchi, o quando i serbi annessero gli ex domini asburgici di Croazia, Bosnia-Erzegovina e Slovenia.

Modifiche dei confini tramite plebisciti

Grundtvig, proprio come Renan, tenuto che una nazione si definisse in base alla sua volontà di essere una nazione. Nella disputa tra la Danimarca e la Confederazione Tedesca sullo Schleswig, con il suo nord di lingua danese e il sud di lingua tedesca, propose dei plebisciti nelle regioni contese: la gente avrebbe dovuto scegliere tra la Danimarca e la Germania. Ciò avvenne nel 1920. A proposito, questa sembra essere l’unica possibile soluzione pacifica alla guerra in Ucraina. Ma se i plebisciti nelle regioni di confine lasciano le minoranze in enclave, i loro diritti devono essere garantiti, ad esempio quelli degli svedofoni nelle Isole Åland finlandesi e dei germanofoni nel Sudtirolo italiano.

Libero scambio, concorrenza fiscale e una scelta tra utopie

Quindi, la mia risposta alla domanda del mio lettore sarebbe in parte: il diritto alla secessione; la modifica dei confini tramite plebisciti; le garanzie dei diritti delle minoranze. Ma aggiungerei tre considerazioni che contribuirebbero anch’esse a ridurre l’elemento coercitivo della nazionalità. Primo, il libero scambio internazionale ha permesso ai piccoli Stati di godere dei benefici della divisione internazionale del lavoro, rendendoli più sostenibili. Secondo, la concorrenza fiscale tra Stati (o regioni) limiterà i maltrattamenti nei confronti delle minoranze. Terzo, come dice Robert Nozick ha sostenuto, meno lo Stato è invasivo, più può fungere da cornice per diverse utopie, comunità scelte liberamente: i comunisti potrebbero fondare comunità senza proprietà privata; alcune comunità potrebbero essere permissive, altre più tradizionali. L’unica regola sarebbe il diritto di entrare e uscire. La nazione dovrebbe essere una casa, né una prigione né una fortezza.