L’intensificazione delle operazioni militari congiunte condotte da Stati Uniti e Israele contro l’Iran, denominate dal Pentagono “Operazione Furia Epica”, ha riattivato nel contesto europeo un dibattito articolato nel quale si intrecciano considerazioni di natura strategica, giuridica ed economica. La prospettiva dell’ampliamento del conflitto nell’area mediorientale non si limita infatti a porre interrogativi sull’equilibrio militare regionale, ma solleva questioni di più ampia portata relative alla tenuta dell’ordine internazionale, alla legittimità dell’uso della forza e alla compatibilità delle operazioni con il quadro normativo del diritto internazionale. In tale scenario, l’Unione Europea si trova a confrontarsi con una crisi che incide direttamente sui propri interessi vitali, imponendo una riflessione che trascende il piano strettamente politico-militare e investe in modo significativo la dimensione della sicurezza energetica e commerciale. Le istituzioni europee e i governi nazionali hanno pertanto assunto posizioni differenti, rispecchiando sensibilità politiche e priorità strategiche non sempre coincidenti, ma accomunate da una marcata preoccupazione per la stabilità regionale e per la prevenzione di una spirale di escalation. Particolare rilievo assume, in questo quadro, la salvaguardia delle principali rotte marittime di approvvigionamento energetico, con specifico riferimento allo Stretto di Hormuz, che rappresenta uno snodo essenziale per il commercio globale di petrolio e gas naturale. L’eventualità di interruzioni prolungate o di restrizioni alla libertà di navigazione in tale area configurerebbe non soltanto un problema di sicurezza internazionale, ma anche una minaccia concreta per la resilienza economica dell’Unione, in ragione della persistente dipendenza europea dalle importazioni di idrocarburi e della centralità delle catene di approvvigionamento marittime per il funzionamento del mercato interno.
LE REAZIONI DEI PRINCIPALI GOVERNI EUROPEI
All’interno dell’Unione emergono sensibilità politiche distinte. In Germania, il cancelliere Friedrich Merz ha dichiarato che il governo federale comprende il senso di sollievo manifestato da parte della popolazione iraniana di fronte all’ipotesi di un indebolimento del regime di Teheran, pur riconoscendo le complesse implicazioni giuridiche degli attacchi condotti dagli alleati occidentali. Tale posizione riflette una linea di equilibrio tra considerazioni normative sul diritto internazionale e valutazioni politiche sull’assetto interno iraniano. Diversa, e maggiormente improntata alla prudenza, appare la linea adottata dalla Spagna e dalla Slovenia. Il ministro degli Esteri spagnolo, José Manuel Albares, ha richiamato con forza la necessità di evitare che la violenza diventi uno strumento ordinario di risoluzione delle controversie internazionali, sottolineando l’importanza del rispetto del diritto internazionale e del ritorno alla diplomazia. Analoga impostazione è stata espressa dalla ministra degli Esteri slovena, Tanja Fajon, che ha invocato apertamente una de-escalation e la ripresa del dialogo. La Francia, attraverso il presidente Emmanuel Macron, ha evidenziato le gravi conseguenze che tali operazioni potrebbero avere per la pace e la sicurezza internazionale. Il capo dell’Eliseo ha inoltre sollecitato il regime iraniano ad avviare negoziati in buona fede per porre fine ai programmi nucleari e balistici, ritenuti centrali per la stabilità dell’intero Medio Oriente. Dall’Italia, il ministro degli Esteri, Antonio Tajani, ha adottato un approccio improntato alla cautela, invitando alla de-escalation. Germania, Francia e Regno Unito hanno inoltre diffuso una dichiarazione congiunta in cui precisano di non aver preso parte ai raid statunitensi, pur mantenendo contatti stretti con Washington, Tel Aviv e gli altri partner regionali. Tale puntualizzazione segnala la volontà europea di preservare margini di autonomia diplomatica rispetto alle scelte militari degli alleati.
LA POSIZIONE DELLE ISTITUZIONI DELL’UNIONE EUROPEA
A livello sovranazionale, la risposta dell’Unione si è articolata su più livelli. La presidente della Commissione europea Ursula von der Leyen e il presidente del Consiglio europeo Antonio Costa hanno definito gli sviluppi in Iran come altamente preoccupanti, riaffermando l’impegno dell’Unione a tutelare la sicurezza e la stabilità regionale. Nella loro dichiarazione congiunta è stato sottolineato l’invito a tutte le parti a esercitare la massima moderazione, a proteggere i civili e a rispettare pienamente il diritto internazionale, nonché a evitare iniziative che possano indebolire il quadro globale di non proliferazione. L’Alta rappresentante per gli Affari esteri, Kaja Kallas, ha adottato un tono più esplicito, qualificando la situazione come pericolosa e rimarcando le responsabilità del regime iraniano in relazione ai programmi missilistici e nucleari e al sostegno a gruppi armati considerati una minaccia per la sicurezza globale. Tuttavia, anche in questo caso, è stata ribadita la priorità della protezione dei civili e del diritto umanitario internazionale. In tale cornice si inserisce il riferimento alla forza navale europea “Aspides”, dispiegata nel Mar Rosso e mantenuta in stato di massima allerta per contribuire alla sicurezza del corridoio marittimo. La tutela della libertà di navigazione emerge così come uno degli assi portanti della strategia europea. Anche la presidente del Parlamento europeo, Roberta Metsola, ha espresso timori per una possibile spirale di escalation capace di coinvolgere non solo il Medio Oriente, ma anche l’Europa e altre regioni del mondo.
LO STRETTO DI HORMUZ COME CHOKE POINT STRATEGICO
Il nodo centrale delle preoccupazioni europee riguarda, tuttavia, l’interruzione del traffico attraverso lo Stretto di Hormuz, passaggio obbligato tra Iran e Oman, che rappresenta uno dei più rilevanti colli di bottiglia energetici a livello globale. Si stima che, attraverso questo stretto, transiti circa un quinto del petrolio consumato quotidianamente nel mondo, oltre a volumi significativi di gas naturale liquefatto, in particolare proveniente dal Qatar. Un blocco, anche temporaneo, avrà effetti immediati sui mercati energetici, determinando aumenti dei prezzi del greggio, dei noli marittimi e dei premi assicurativi per le navi in transito in aree ad alto rischio. La vulnerabilità europea risulta accentuata dal crescente ricorso al GNL per compensare la riduzione delle forniture via gasdotto.
LE LIMITAZIONI DELLE ROTTE ALTERNATIVE
Esistono infrastrutture di by-pass che consentono di attenuare, ma non eliminare, il rischio associato a una chiusura di Hormuz. Tra queste figura la East–West Pipeline saudita verso il Mar Rosso, nonché oleodotti collegati ai terminali di Fujairah negli Emirati Arabi Uniti. Tali soluzioni, tuttavia, dispongono di capacità limitate, nell’ordine di pochi milioni di barili al giorno, a fronte di un flusso complessivo stimato tra i 17 e i 20 milioni di barili quotidiani che attraversano lo stretto.
IMPATTI MACROECONOMICI E SETTORIALI PER L’EUROPA
L’eventuale blocco di Hormuz inciderebbe su almeno tre canali principali. Il primo è quello energetico, con un aumento diretto dei costi di approvvigionamento per le raffinerie europee. Il secondo riguarda la logistica marittima: la necessità di ridisegnare le rotte comporterebbe tempi di percorrenza più lunghi e maggiori consumi di carburante, con un incremento dei costi operativi. Il terzo canale concerne le assicurazioni, poiché i premi per il transito in aree ad alto rischio tendono a crescere rapidamente in fasi di tensione geopolitica. L’effetto combinato di tali fattori si tradurrebbe in pressioni inflazionistiche e in un potenziale rallentamento della crescita. Settori quali petrolchimica, fertilizzanti e trasporti risultano particolarmente esposti a uno shock energetico. Per economie importatrici nette di energia, come quelle europee, un aumento prolungato dei prezzi si tradurrebbe in un deterioramento dei saldi commerciali e in un aggravio per la bilancia dei pagamenti.
PROSPETTIVE DI MEDIO TERMINE E STRATEGIE DI DIVERSIFICAZIONE
Nel medio periodo, l’eventualità di una crisi prolungata nello Stretto di Hormuz potrebbe fungere da catalizzatore per un’accelerazione delle strategie europee di diversificazione delle fonti energetiche e delle rotte di approvvigionamento. Una simile dinamica spingerebbe l’Unione e i suoi Stati membri a rafforzare ulteriormente gli strumenti di resilienza già avviati negli ultimi anni, con particolare riferimento all’incremento delle capacità di stoccaggio strategico, alla conclusione di contratti di lungo termine per l’importazione di gas naturale liquefatto e alla promozione di investimenti strutturali nel settore delle energie rinnovabili e del nucleare di nuova generazione. In parallelo, si renderebbe necessario potenziare le infrastrutture di rigassificazione e le interconnessioni interne al mercato europeo dell’energia, al fine di ottimizzare la distribuzione delle risorse disponibili e attenuare gli squilibri tra Stati membri. Tuttavia, tali misure richiedono tempi di attuazione pluriennali, ingenti investimenti finanziari e un coordinamento politico non sempre agevole; di conseguenza, esse non sono in grado di compensare nel breve termine un’interruzione significativa e improvvisa dei flussi energetici provenienti dal Golfo Persico. In termini più generali, la crisi iraniana mette in luce la profonda interdipendenza tra sicurezza internazionale e stabilità economica, evidenziando come le tensioni geopolitiche possano tradursi rapidamente in shock sistemici per le economie avanzate. Le posizioni dei Paesi membri dell’Unione Europea oscillano tra la ferma condanna delle minacce strategiche attribuite al regime iraniano, in particolare in relazione ai programmi nucleari e missilistici, e un marcato richiamo alla moderazione, al rispetto del diritto internazionale e alla necessità di preservare spazi di dialogo diplomatico. Sotto il profilo economico, la vulnerabilità europea rispetto a un blocco prolungato del traffico nello Stretto di Hormuz si configura come un fattore di rischio sistemico, suscettibile di incidere sui prezzi dell’energia, sull’inflazione, sulla competitività industriale e sulla bilancia commerciale. Ciò impone un monitoraggio costante dell’evoluzione del contesto regionale e una risposta coordinata a livello di Unione, capace di integrare strumenti di politica estera, energetica e commerciale. In questa prospettiva, Hormuz assume un valore che trascende la sua dimensione geografica, configurandosi come un indicatore sensibile e immediato del costo economico delle tensioni geopolitiche nel Medio Oriente contemporaneo e della capacità dell’Europa di affrontarle con strumenti coerenti e condivisi.