La guerra ibrida della Russia si sta spostando verso il fianco meridionale dell’Europa

Guerra in Ucraina - Le nostre democrazie in pericolo - 24 Settembre 2026

Le notizie sui droni lanciati dalle navi si inseriscono in un quadro più ampio di escalation da parte della Russia. Il Mediterraneo non può più essere considerato il retrovia sicuro dell’Europa.

Per molti anni, il fianco meridionale della NATO ha guardato al Mediterraneo soprattutto attraverso la lente della migrazione, della sicurezza energetica e della competizione navale. La guerra della Russia contro l’Ucraina sembrava appartenere a un’altra area geografica: il Baltico, il Mar Nero, la Polonia e il confine orientale dell’Alleanza.

Quella distinzione potrebbe non valere più.

Secondo un’inchiesta pubblicata il 23 settembre dal quotidiano spagnolo El Mundo, i servizi segreti statunitensi hanno informato diversi governi europei di una possibile operazione russa con droni contro Spagna, Francia o Italia. Lo scenario descritto è tanto semplice quanto inquietante: droni Gerbera nascosti in container e lanciati da una nave mercantile a poche centinaia di chilometri dalla costa.

Il rapporto va preso per quello che è: un allarme dei servizi segreti trasmesso da fonti anonime, non una prova pubblica di un piano operativo già approvato dal Cremlino. Sarebbe però altrettanto poco saggio liquidarlo come una semplice voce isolata.

Il Wall Street Journal ha rivelato che la visita di agosto a Mosca del direttore della CIA John Ratcliffe aveva lo scopo di mettere in guardia la Russia dall’attaccare un paese della NATO. Il 18 settembre, dopo aver riunito i capi dei servizi segreti e i leader dei partiti francesi, l’Eliseo ha avvertito pubblicamente dell’intensificarsi delle minacce ibride russe e ha annunciato un piano per proteggere le infrastrutture critiche e i siti sensibili dagli attacchi con droni e dai cyberattacchi. Il giorno prima, il primo ministro polacco Donald Tusk aveva dichiarato in Parlamento che, secondo le valutazioni dei servizi segreti disponibili, i piani russi includevano anche attacchi ibridi con droni e missili contro i paesi che sostengono l’Ucraina.

Nessuna di queste affermazioni conferma l’operazione specifica nel Mediterraneo. Nel loro insieme, però, descrivono un contesto strategico in cui uno scenario del genere non può più essere considerato improbabile.

La conclusione delle elezioni della Duma di Stato russa rende il momento ancora più delicato. Il voto è stato strettamente controllato e non ha offerto alcuna vera alternativa contro la guerra, ma il Cremlino può comunque presentare la vittoria di “Russia Unita” come prova della stabilità interna e come mandato politico per continuare il conflitto.

Tre analisi pubblicate dal RANE tra il 21 e il 23 settembre puntano tutte nella stessa direzione. È probabile che Mosca intensifichi gli attacchi contro le infrastrutture energetiche e logistiche dell’Ucraina, accettando al contempo rischi maggiori nelle sue operazioni ibride e sotto copertura contro i paesi europei. La ripresa dei contatti ad alto livello con Washington non cambia necessariamente questa traiettoria. Per il Cremlino, la diplomazia può procedere di pari passo con la pressione militare, piuttosto che sostituirla.

È proprio in quella zona di confine tra la pace e la guerra aperta che un’operazione con droni lanciati da navi acquisirebbe il suo valore strategico.

Il Gerbera è un velivolo relativamente economico, costruito con materiali semplici e utilizzato dalla Russia in diverse configurazioni: come esca per saturare le difese aeree, come piattaforma di ricognizione e come drone d’attacco. Secondo il database gestito dai servizi di intelligence della Difesa ucraina, ha un’autonomia sufficiente per raggiungere obiettivi costieri se lanciato dalle acque internazionali. La sua versione offensiva trasporta una testata molto più piccola rispetto a quella di uno Shahed.

Proprio questa limitata potenza distruttiva aiuta a spiegare la sua utilità politica. Un attentatore non ha bisogno di distruggere un aeroporto per bloccarne le operazioni. Potrebbe bastare danneggiare un radar, colpire un deposito, appiccare un incendio o costringere le autorità a sospendere i voli. Il costo materiale di un attacco del genere rimarrebbe limitato; il suo impatto economico, mediatico e psicologico potrebbe invece essere notevolmente maggiore.

Un precedente dimostra almeno in parte la fattibilità di questo metodo. Nel febbraio 2026, mentre la portaerei francese Charles de Gaulle era in visita a Malmö, le Forze Armate svedesi hanno accertato che un drone era decollato dalla nave russa di intelligence dei segnali Zhigulevsk nello stretto di Øresund. La Marina svedese ha attivato delle contromisure elettroniche e ha classificato il volo come una grave violazione. Non si è trattato di un attacco e non ci sono prove che il drone fosse armato. L’incidente conferma comunque la volontà di Mosca di utilizzare piattaforme navali per operazioni con velivoli senza pilota in prossimità di importanti risorse alleate.

Il Mediterraneo offre anche obiettivi politici particolarmente importanti. Francia, Italia e Spagna hanno alcuni degli aeroporti, dei porti, degli impianti energetici e dei corridoi commerciali più importanti d’Europa. Le loro economie dipendono fortemente dalla continuità dei trasporti e dal turismo. Inoltre, secondo i rispettivi calendari elettorali, tutti e tre i paesi si avvicinano a votazioni importanti nel 2027.

In questo contesto, lo scopo di un’incursione potrebbe non essere quello di ottenere un risultato militare, ma di dimostrare che i governi nazionali non sono in grado di proteggere il proprio territorio, di seminare paura tra la popolazione e di trasformare il sostegno all’Ucraina in una controversia politica interna. La difficoltà di attribuire rapidamente la responsabilità di un lancio effettuato da una nave civile aumenterebbe l’incertezza e complicherebbe la risposta della NATO.

L’Europa non parte da zero. A febbraio, la Commissione europea ha presentato un piano per contrastare le minacce dei droni che prevede capacità di collaudo condivise, una piattaforma europea per la gestione degli incidenti, appalti congiunti, esercitazioni annuali e un progetto pilota per migliorare la sorveglianza marittima. La NATO ha annunciato investimenti per oltre 40 miliardi di dollari nelle capacità anti-drone nei prossimi cinque anni.

La tecnologia da sola, però, non basterà a colmare il divario. La responsabilità principale spetta comunque agli Stati nazionali. L’Europa ha bisogno di una sorveglianza più stretta delle rotte marittime e delle imbarcazioni sospette; di un coordinamento costante tra servizi di intelligence, marine militari, guardie costiere, autorità doganali e gestori portuali; di una protezione a più livelli per le infrastrutture civili; e di procedure che permettano ai governi di reagire in fretta senza paralizzare intere città.

Difendere il fianco meridionale non significa militarizzare il Mediterraneo né considerare ogni nave mercantile come una minaccia. Significa riconoscere che la libertà di navigazione e l’apertura commerciale dell’Europa possono sopravvivere solo se i suoi Stati mantengono la capacità di controllare i propri accessi marittimi e il proprio spazio aereo.

Non sappiamo se Mosca metterà in atto il piano descritto dalle fonti spagnole. Quello che sappiamo è che la guerra ibrida russa cerca il punto in cui un investimento minimo possa produrre la massima pressione politica. L’Europa meridionale si è considerata troppo a lungo lontana dal fronte. Quella distanza non è più una garanzia.