La famiglia è quindi entrata nel dibattito non solo come destinataria del sostegno pubblico, ma anche come baluardo della libertà. Stephen Bartulica, eurodeputato croato del gruppo ECR e filosofo politico di formazione, ha difeso un governo limitato, in particolare nel campo dell’istruzione. I genitori, ha sostenuto, dovrebbero poter scegliere la scuola dei propri figli, anche attraverso un sistema di buoni scolastici, e devono mantenere la responsabilità delle decisioni relative agli smartphone e ai social media. «Quando parlo di questo argomento, mi riferisco alla famiglia naturale: un padre, una madre e i loro figli», ha detto, ricordando il referendum del 2013 in cui il 67% dei croati ha votato per definire il matrimonio nella Costituzione come l’unione tra un uomo e una donna.
La sua critica è andata oltre l’intervento dello Stato nell’istruzione, estendendosi alle proposte europee che limitano l’accesso dei minori alle piattaforme digitali. Per Bartulica, queste decisioni spettano innanzitutto ai genitori. Inoltre, vede il desiderio di regolamentare i social media come un tentativo di controllare gli spazi in cui un numero sempre maggiore di giovani si informa e entra in contatto con i partiti conservatori. La tutela dei minori, ha sostenuto, non deve diventare un pretesto per sottrarre autorità alle famiglie.
Rihards Kols, eurodeputato lettone e vicepresidente dell’Alleanza Nazionale, ha messo in discussione la stessa premessa dell’unità. «Il centro-destra unito al servizio della libertà» è una frase rassicurante, ha osservato, ma rischia di non significare nulla se non si definiscono chiaramente sia il centro-destra che la libertà. Le etichette politiche a Bruxelles cambiano in fretta: lo stesso gruppo ECR può essere descritto come moderato, radicale o di estrema destra a seconda di dove i commentatori decidono di collocare il centro politico.
Kols ha quindi proposto di sostituire le affiliazioni nominali con uno standard concreto. «La libertà non è una condizione statica. La libertà è una pratica». Ogni volta che i legislatori prendono in esame una direttiva, un regolamento o una promessa elettorale, dovrebbero porsi tre domande: rende più liberi i cittadini, le imprese e le famiglie? Riduce l’eccessiva regolamentazione o aggiunge un altro livello di controllo? Rende la nazione più resiliente o più dipendente? Per la Lettonia, che confina con la Russia e investe quasi il 5 per cento del PIL nella difesa, la sovranità non è una questione teorica. «Non puoi esercitare la libertà di parola, mantenere i mercati liberi o goderti la vita familiare se non riesci a difendere i tuoi confini sovrani.»
Mentre Kols cercava uno standard comune, Maria Chiara Fazio ha tracciato un percorso verso la cooperazione. La vicepresidente di Noi Moderati, responsabile delle relazioni con il Partito Popolare Europeo, rappresentava un partito che governa l’Italia insieme a Fratelli d’Italia e alla Lega, pur appartenendo a una famiglia politica diversa a Bruxelles. Alla domanda se ci fosse spazio per lavorare insieme, ha risposto senza giri di parole: «Vedo molto più di un’opportunità: vedo un dovere».
Per Fazio, il calo demografico non è più un’emergenza temporanea, ma una condizione strutturale che richiede un insieme di politiche. I fondi di coesione per le aree interne e remote, i servizi per le famiglie, le opportunità educative, sportive e culturali per i bambini e una maggiore attenzione ai giovani devono far parte di una strategia basata sulla sussidiarietà. La collaborazione tra i partiti può partire proprio da questi obiettivi concreti, evitando però politiche assistenziali che creino dipendenza. Ha riassunto l’approccio italiano in una frase: «Non useremo le famiglie per ottenere voti. Otterremo voti per difendere le famiglie».
È stato proprio qui che il dibattito ha messo in luce la tensione più interessante. Nikola Grmoja, deputato croato e presidente di Most, ha respinto l’idea che una coalizione diventi credibile semplicemente sommando le percentuali dei sondaggi. I partiti durano nel tempo, ha sostenuto, quando gli elettori riconoscono «l’autenticità, la sincerità e i valori che vivi davvero, invece di limitarvi a parlarne». Il pericolo maggiore per il pensiero conservatore e sovranista non viene necessariamente dai suoi oppositori; può nascere dall’interno quando i comportamenti contraddicono i principi proclamati.
Grmoja ha detto di essere pronto a sostenere qualsiasi proposta che andasse a vantaggio delle famiglie e contribuisse a un’«Europa cristiana più forte», indipendentemente dal partito che l’avesse presentata. Ha però rifiutato una cooperazione politica stabile con forze che considerava di centro-destra solo di nome. La sua critica era rivolta soprattutto all’HDZ croato, affiliato al PPE, che ha descritto come un partito clientelare che permette alla sinistra di rafforzarsi. Secondo lui, l’unità non può venire prima della credibilità: «Perché quella verità arrivi alla gente, chi la trasmette deve essere credibile».
Bartulica ha risposto basandosi sulla sua esperienza al Parlamento europeo, dove i diversi gruppi di destra fanno fatica persino a organizzare iniziative comuni. Questa debolezza, ha sostenuto, delude le aspettative degli elettori. “Siamo al vostro servizio. Non siamo qui per noi stessi». La politica, ha aggiunto, non è né una scienza esatta né la strada per il Paradiso. Richiede prudenza, disponibilità al compromesso e la capacità di non trasformare i conflitti personali in ostacoli permanenti.
Il botta e risposta tra i due politici croati è diventato piuttosto diretto. Grmoja ha sostenuto che l’amore cristiano non impone ai politici di ignorare il tradimento o di rinunciare alla cautela nella scelta degli alleati. Bartulica ha replicato che alcune figure vicine a Most avevano partecipato ad attacchi contro di lui durante una campagna elettorale, ma ha esortato il pubblico a non rimanere prigionieri delle ferite del passato. Al di là della disputa personale, il loro disaccordo ha messo in luce il problema centrale che affligge il centro-destra europeo: l’unità può portare a risultati, ma la cooperazione senza fiducia può distruggere proprio quell’alternativa che cerca di creare.
Marko Milanović Litre, ex deputato croato e segretario internazionale dei Sovranisti croati, ha riportato la discussione sulle conseguenze culturali di quella scelta. Rispondendo alla domanda di un giovane partecipante olandese sulla secolarizzazione delle nuove generazioni, ha descritto la famiglia non come una semplice convivenza, ma come “un’alleanza” tra madre e padre. Per renderla di nuovo desiderabile ci vuole un lavoro culturale costante, che mostri i danni causati dall’assenza di uno dei due genitori e che trasmetta, soprattutto nei paesi post-comunisti, il ricordo del controllo che i regimi autoritari esercitavano sulla società.
Kols ha ribadito lo stesso concetto ricordando che la Lettonia non era solo un’ex repubblica sovietica, ma un paese occupato. I ventenni di oggi sono nati dopo che la Lettonia era entrata sia nell’Unione Europea che nella NATO e non hanno alcuna esperienza diretta del regime comunista. Quella distanza storica, ha avvertito, può essere sfruttata dai progressisti. Eppure, proprio come molti della generazione hippie alla fine hanno messo su famiglia, lui pensa che anche i giovani del XXI secolo possano riscoprire i propri valori.
Il gruppo di esperti non ha quindi elaborato alcuna formula organizzativa per unire democratici cristiani, conservatori e sovranisti. Ha però chiarito le condizioni senza le quali l’unità non sarebbe altro che un cartello elettorale: un criterio comune di libertà, il rispetto della sussidiarietà, politiche verificabili a favore delle famiglie e una classe politica credibile. Bartulica ha concluso citando Santa Teresa di Calcutta: «Se vuoi cambiare il mondo, vai a casa e ama la tua famiglia». È stata forse la conclusione più coerente di una discussione iniziata con le alleanze europee e terminata ricordando che la libertà politica viene prima dello Stato e prima dei partiti politici.