Ultimamente mi capita spesso di rivisitare alcuni passaggi dell’opera fondamentale di Niccolò Machiavelli, “Il Principe”, i cui insegnamenti durano da più di cinquecento anni. Ogni volta che cerco una risposta o una spiegazione sui motivi di una decisione o sulle cause del comportamento umano, mi rivolgo a questo libro. E questo accade regolarmente. Quando ho letto per la prima volta “Il Principe”, molti anni fa, non mi ero reso conto di quanto fosse accurato e senza tempo. Ora non ho più dubbi.
Il mondo di oggi non è diverso da quello che l’ex segretario della Repubblica fiorentina aveva conosciuto e osservato con tanta lucidità. I sentimenti, gli impulsi e le ambizioni non sono diversi oggi da quelli di cinque secoli fa. La natura umana è sempre stata la stessa e il desiderio di conquistare il potere o di raggiungere la grandezza è forte oggi come lo è sempre stato.
Uno dei grandi dilemmi che i leader hanno dovuto affrontare nel corso della storia trova la sua risposta in queste pagine. È meglio essere amati che temuti, o piuttosto essere temuti che amati? È una domanda fondamentale che riecheggia da millenni, molto prima che Machiavelli vi dedicasse un intero capitolo del suo libro. Per quanto possiamo desiderare che la risposta sia diversa, arriveremo sempre alla stessa conclusione di Machiavelli: “È meglio essere temuti che amati”. se non puoi essere entrambi.
Il primo esempio che l’autore fornisce è quello di Cesare Borgia, il figlio di Papa Alessandro VI, il formidabile duca che aveva stabilito l’ordine e l’unità nelle città che aveva conquistato, un sovrano che era temuto e rispettato per le sue azioni e i suoi successi eccezionali. Sarà sempre preferibile avere una reputazione di uomo crudele piuttosto che di uomo indulgente, quando questo può portare la pace e prevenire il caos, sostiene Machiavelli. Il leggendario generale Annibale godeva proprio di questa reputazione e la sua crudeltà fece sì che i suoi vasti eserciti non cadessero nell’anarchia.
Il Duca di Romagna godette della stessa notorietà alla fine del XV secolo e all’inizio del XVI, quando le città italiane caddero ai suoi piedi e l’ideale di un’Italia unita si radicò nella mente dell’ambasciatore fiorentino che fu per breve tempo alla sua corte. Il condottiero cartaginese, nel II e III secolo a.C., e il condottiero romano, diciassette secoli dopo, incutevano timore e grande ammirazione. Ma Machiavelli non parla solo di essere temuti o amati.
Nel XVI secolo, oggi e in qualsiasi momento della storia, un principe deve agire con saggezza, moderazione e prudenza, anche con indulgenza quando la situazione lo richiede. Questi sono tratti con cui gli idealisti sarebbero certamente d’accordo. E quando non può contare sull’amore di coloro che guida, deve a tutti i costi evitare di essere odiato o disprezzato da loro.
Questa sarebbe, secondo Machiavelli, la situazione più vicina all’ideale: essere temuti e non odiati, quando non si può essere sia amati che temuti. Infatti, la storia ha dimostrato più volte che solo queste virtù possono ristabilire l’ordine dove manca e portare l’armonia dove c’è disordine.
Sono passati più di cinque secoli da quando l’ex segretario fiorentino consegnò quel “piccolo dono” al giovane Lorenzo di Piero de’ Medici: un breve trattato che aveva lo scopo di educarlo all’arte di governare e conservare il potere. È meno rilevante che questo Medici abbia governato solo per un breve periodo, troppo breve per padroneggiare l’abilità di essere temuto. Dal momento della sua stesura fino ai giorni nostri, “Il Principe” è stato la guida per innumerevoli leader politici, economici o militari. Chiunque voglia capire qualcosa di ciò che sta accadendo farebbe bene a leggerne i capitoli. Machiavelli aveva ragione su tutto.