L’Europa post-Orbán e l’ultima donna rimasta in piedi

Costruire un’Europa conservatrice - 19 Aprile 2026

La sconfitta elettorale di Viktor Orbán di domenica 12 aprile non rappresenta semplicemente la fine di un’era politica in Ungheria. Probabilmente segna la fine di uno dei due principali modelli di conservatorismo – e di quella che potremmo definire politica del buon senso – che hanno convissuto in Europa negli ultimi quindici anni.

In questo periodo, il conservatorismo europeo non è stato monolitico. Si è strutturato attorno a due modi distinti di intendere il potere, la sovranità e l’allineamento all’ordine internazionale. Questi due modelli condividevano una serie di intuizioni fondamentali – una critica all’eccesso di progresso, una difesa della nazione e della famiglia, una preoccupazione per la continuità culturale – ma divergevano in modo significativo per quanto riguarda le prospettive strategiche, le alleanze e le ambizioni di trasformazione.

Il primo modello, più sviluppato sia per portata che per durata, è stato incarnato da Orbán. È fondamentale che questo modello non sia statico. Orbán stesso rappresenta un’evoluzione: da riformatore liberale piuttosto classico all’inizio della sua carriera, è diventato l’architetto di un sistema politico che si presenta come un’alternativa al consenso occidentale dominante, coniando, definendo ed eseguendo il modello di democrazia illiberale che è diventato il modello per i populisti nazionali ovunque. Il suo approccio è caratterizzato da una forte componente identitaria, che pone la nazione, la cultura e la demografia al centro dell’azione politica. Negli ultimi dieci anni, soprattutto dopo la fine delle restrizioni di Covid-19, Budapest è stata il cuore pulsante del movimento conservatore europeo, un luogo di pellegrinaggio per i conservatori di tutta Europa e non solo. L’epicentro di un movimento – un fenomeno, in realtà – con radici profonde, formato da un ecosistema di potenti think tank e istituzioni che hanno alimentato e protetto il progetto orbaniano.

Oltre a questo complesso costrutto ideologico, Orbán ha anche mostrato una forma distintiva di pragmatismo geopolitico. La sua apertura nei confronti di attori come la Russia, in particolare per quanto riguarda l’energia e la guerra in Ucraina, e la Cina, in particolare per quanto riguarda gli investimenti esteri, non riflette un mero opportunismo, ma una lettura più ampia del mondo come sempre più multipolare. In questo quadro, l’Ungheria ha cercato di massimizzare la propria autonomia strategica nei confronti di Bruxelles o di una Casa Bianca a volte ostile. Il conservatorismo di Orbán, quindi, non era solo culturale o domestico; era anche geopolitico, volto a riposizionare il suo paese e, simbolicamente, l’Europa centrale all’interno di un ordine globale in evoluzione. Questa era la logica dell’affascinante strategia ungherese della connettività, sviluppata dal principale consigliere politico del Primo Ministro Orbán, Balázs Orbán.

Si distingue da questo il modello rappresentato da Giorgia Meloni. Anch’essa conservatrice, anch’essa critica nei confronti di elementi del consenso europeo, ma fondamentalmente diversa nell’orientamento. La Meloni incarna una forma di conservatorismo meno orientata alla rottura e più riformista, che non cerca di ridefinire il sistema dall’esterno, ma di influenzarlo dall’interno.

In questo senso, il suo approccio è più europeo che civile. Laddove Orbán ha coltivato una narrazione di tensione strutturale con Bruxelles, la Meloni ha perseguito una strategia di integrazione e negoziazione. E ancora di più, una strategia di leadership. In molti settori in cui l’UE mancava di una visione, Roma ne ha fornita una che è stata poi seguita da Bruxelles, e la politica migratoria ne è forse l’esempio migliore. L’approccio dell’UE alla migrazione si sta allineando sempre più al “Piano Mattei per l’Africa” del Primo Ministro italiano Giorgia Meloni, che si concentra su partenariati “uguali per tutti” per arginare la migrazione alla fonte. In altre parole, laddove il modello ungherese elevava la sovranità anche a costo di scontrarsi, il modello italiano la bilancia con la stabilità istituzionale e la credibilità all’interno del quadro europeo.

Questa divergenza è particolarmente evidente in politica estera. La Meloni è saldamente ancorata all’Alleanza Atlantica, mantenendo un allineamento coerente con gli Stati Uniti indipendentemente da chi governa a Washington. O, quanto meno, un’entente cordiale con la Casa Bianca, nonostante la quale – o grazie alla quale – è anche in grado di chiamarla in causa quando lo ritiene opportuno, come ha fatto di recente sull’Iran. La sua posizione internazionale non mira a diversificare i centri di potere, ma piuttosto a rafforzare la sua posizione all’interno delle alleanze esistenti. In contrasto con il pragmatismo multipolare di Orbán, la Meloni rappresenta un atlantismo disciplinato, pienamente compatibile con la sua agenda conservatrice interna.

La conseguenza della sconfitta di Orbán è quindi chiara: di questi due modelli, solo uno rimane al potere. Il conservatorismo europeo perde la sua variante più ambiziosa, più identitaria e più autonoma dal punto di vista strategico e rimane una versione più integrata, più graduale e più condizionata dalle realtà istituzionali dell’Unione Europea. Questo non implica necessariamente una debolezza immediata, ma segnala una profonda trasformazione che potrebbe diffondersi in tutta Europa. Lo spazio conservatore perde alcune tensioni sistemiche e guadagna in prevedibilità. Perde un polo di sperimentazione politica – con tutte le sue controversie – e si consolida attorno a una forma di governance più compatibile con l’ordine europeo esistente.

La questione non è se la Meloni possa sostituire Orbán. Non può, perché opera in una logica diversa. La vera domanda da porsi è se il modello che ora si presenta da solo sia sufficiente a sostenere, sviluppare e proiettare un’alternativa conservatrice significativa in Europa.

Quello che è finito il 12 aprile è stato un modo di fare politica – e con esso, uno dei due filoni che definiscono il conservatorismo europeo contemporaneo. I conservatori dovrebbero ora stringersi attorno alla Meloni? Dopo tutto, è l’ultima donna rimasta in piedi.