Nel discorso pronunciato ad Aquisgrana, in occasione del conferimento del Premio Carlo Magno, Mario Draghi ha delineato una lettura ampia e sistemica delle sfide che l’Unione Europea si trova ad affrontare nel nuovo contesto internazionale. L’intervento, sviluppato in chiave politica, economica e strategica, ha proposto una riflessione sul progressivo indebolimento degli equilibri che avevano sostenuto la costruzione europea nel secondo dopoguerra e sulla necessità di ridefinire il modello di integrazione continentale. Secondo Draghi, la fase storica attuale è caratterizzata da una pressione crescente sul continente europeo. Tuttavia, questa situazione di crisi rappresenterebbe anche un’opportunità: le difficoltà esterne starebbero infatti inducendo gli europei a riscoprire interessi comuni e una nuova disponibilità alla cooperazione.
GLI SHOCK ECONOMICI E IL RITORNO DELLA VULNERABILITÀ EUROPEA
Nel suo intervento, Draghi ha evidenziato come dal 2020 l’Europa sia stata colpita da una sequenza continua di shock esterni. Alla pandemia si sono aggiunti i dazi commerciali introdotti dagli Stati Uniti, il conflitto in Medio Oriente e le conseguenze sulle catene globali di approvvigionamento. Particolare attenzione è stata dedicata agli effetti economici della crisi energetica e all’impatto dell’instabilità nello Stretto di Hormuz, considerato un nodo strategico per i commerci mondiali. Questi fattori si inseriscono in una fase in cui l’Unione Europea necessita di investimenti straordinari. Draghi ha ricordato che il fabbisogno annuale di spesa strategica, inizialmente stimato in circa 800 miliardi di euro, sarebbe salito fino a quasi 1.200 miliardi annui a causa dell’aumento delle spese per la difesa. La crescita economica viene dunque descritta come una condizione indispensabile per sostenere la transizione energetica, la sicurezza del continente, l’innovazione tecnologica e l’invecchiamento demografico.
LA CRISI DEL MODELLO ECONOMICO EUROPEO
Draghi ha sostenuto che l’Europa abbia costruito un’economia fortemente aperta verso l’esterno senza però completare realmente il proprio mercato interno. L’integrazione dei mercati dei capitali, delle reti energetiche e di diversi settori economici sarebbe rimasta incompleta, producendo un sistema frammentato e vulnerabile. L’ex presidente della Banca centrale europea ha osservato che l’Unione ha affidato ai mercati funzioni che normalmente richiederebbero un’autorità politica comune, senza però garantire a quei mercati una scala realmente continentale. Questa asimmetria avrebbe favorito la dipendenza dalla domanda estera e dalle catene produttive globali. L’Europa sarebbe quindi molto più esposta alle oscillazioni delle politiche commerciali internazionali.
DIPENDENZE STRATEGICHE E RITARDO TECNOLOGICO
Nel discorso è stata affrontata anche la questione delle dipendenze strategiche europee. Una delle principali criticità individuate riguarda il ritardo europeo nel settore tecnologico e digitale. Dal 2019, il divario di produttività tra Europa e Stati Uniti si sarebbe ampliato significativamente, soprattutto per effetto della maggiore digitalizzazione americana e della forza del settore tecnologico statunitense. Draghi ha attribuito un’importanza decisiva allo sviluppo dell’intelligenza artificiale, definita come la trasformazione tecnologica più rilevante del prossimo decennio. Secondo le stime dell’Ocse richiamate nel discorso, circa metà della futura crescita della produttività potrebbe dipendere proprio dalla diffusione dell’IA. Tuttavia, l’Europa starebbe investendo molto meno rispetto a Stati Uniti e Cina in data center, semiconduttori, infrastrutture energetiche e capacità computazionale.
LIBERO COMMERCIO E POLITICA INDUSTRIALE
Pur difendendo il principio del libero commercio, Draghi ha sostenuto che l’apertura economica non possa più rappresentare l’unica risposta europea alle trasformazioni globali. Nuovi accordi commerciali, pur utili, non sarebbero sufficienti a compensare le debolezze strutturali dell’economia continentale. L’ex premier ha osservato che il dibattito europeo si stia polarizzando tra due approcci: da un lato il mantenimento di un modello aperto fondato sulle regole internazionali, dall’altro il ritorno di una politica industriale più interventista. Secondo Draghi, entrambe le strategie risultano insufficienti se non accompagnate da una piena integrazione economica europea. Nel suo ragionamento, il rafforzamento del mercato unico dovrebbe andare di pari passo con una politica industriale comune capace di sostenere settori strategici come difesa, semiconduttori e tecnologie pulite. Il concetto di “Made in Europe” viene presentato come uno strumento per utilizzare la domanda interna europea a sostegno delle industrie continentali.
DIFESA EUROPEA E RAPPORTI CON GLI STATI UNITI
Un altro tema centrale del discorso è stato il cambiamento dei rapporti tra Europa e Stati Uniti. Draghi ha affermato che non è più possibile dare per scontata la protezione americana nei termini che avevano caratterizzato il secondo dopoguerra. Questa trasformazione obbligherebbe l’Europa a rafforzare la propria autonomia strategica. L’ex presidente della BCE ha sostenuto che una maggiore responsabilità europea nella difesa non dovrebbe essere interpretata come un indebolimento della NATO, ma come un possibile rafforzamento dell’alleanza transatlantica attraverso rapporti più equilibrati.
FEDERALISMO PRAGMATICO E FUTURO DELL’UNIONE
Nella parte conclusiva del discorso, Draghi ha proposto il concetto di “federalismo pragmatico”. L’idea consiste nel consentire ai paesi maggiormente disponibili all’integrazione di procedere più rapidamente in settori strategici come energia, tecnologia e difesa, senza attendere necessariamente il consenso unanime dei ventisette Stati membri. Secondo questa impostazione, l’Europa dovrebbe puntare su strumenti concreti e risultati verificabili dai cittadini, rafforzando così la legittimità democratica del progetto europeo. La sfida dell’UE, secondo Draghi, consiste ora nel trasformare la crisi attuale in una nuova fase di integrazione politica, economica e strategica.