L’Islanda vota per riprendere il percorso verso l’Unione Europea

Commercio ed Economia - 29 Agosto 2026

Un referendum molto combattuto porta l’ansia economica, i diritti di pesca e la sicurezza nell’Artico al centro di un dibattito che potrebbe ridefinire il rapporto di Reykjavík con Bruxelles

Gli islandesi stanno votando per decidere se il loro Paese debba riprendere i negoziati di adesione all’Unione Europea, riportando in auge una questione politica rimasta irrisolta per più di un decennio. Il referendum non chiede agli elettori di approvare l’adesione all’UE in sé. Determina invece se Reykjavík debba riprendere i negoziati sospesi nel 2013.

Anche se il referendum è formalmente consultivo, il governo ha promesso di attenersi al risultato. Una vittoria della campagna per il “sì” riaprirebbe quindi i negoziati con Bruxelles. Qualsiasi accordo raggiunto dovrebbe poi essere sottoposto agli islandesi in un secondo referendum prima che il Paese possa entrare a far parte dell’Unione.

L’esito è molto incerto. Due sondaggi finali hanno indicato che i due schieramenti si trovavano entro il margine di errore. Maskína ha rilevato un sostegno al rinnovo dei negoziati pari al 50,4%, mentre Gallup ha registrato un leggero vantaggio per il “no”, al 51,6%.

Circa 270.000 persone hanno diritto a votare. I seggi hanno aperto alle 9 del mattino, ora locale, e chiuderanno alle 22. L’affluenza al voto anticipato è stata insolitamente alta: a mezzogiorno della vigilia del referendum erano già state espresse 56.774 schede, di cui circa 17.000 dall’estero. La regione della capitale ha registrato il livello più alto di partecipazione anticipata mai visto finora.

Lo spoglio inizierà subito dopo la chiusura dei seggi, con i primi risultati parziali attesi dal distretto meridionale. Non sono stati annunciati exit poll a livello nazionale.

Dietro questa contesa serrata si nasconde un dibattito su come l’Islanda debba proteggere sia la propria prosperità che la propria indipendenza. Il Paese è già strettamente legato all’UE attraverso lo Spazio economico europeo, l’area Schengen e l’Associazione europea di libero scambio. Fa parte del mercato unico e applica gran parte della legislazione europea, nonostante abbia un’influenza limitata su come vengono scritte quelle regole.

Chi è a favore di riprendere i negoziati sostiene che l’Islanda dovrebbe avere un posto al tavolo delle trattative, visto che è già tenuta ad attuare molte decisioni dell’UE. Chi invece è contrario ritiene che l’accordo attuale sia preferibile perché combina l’accesso ai mercati europei con una maggiore autonomia nazionale.

Nessuna questione illustra questa preoccupazione in modo più chiaro della pesca. Le risorse marine sono fondamentali per l’economia e l’identità nazionale dell’Islanda. L’adesione a pieno titolo richiederebbe negoziati sulla Politica comune della pesca dell’UE, comprese le questioni relative alle quote e all’accesso alle acque islandesi. I critici temono che le decisioni prese ora a Reykjavík possano diventare oggetto di compromessi a Bruxelles.

La pesca è stata anche la parte più difficile del precedente processo di adesione. L’Islanda ha presentato domanda di adesione nel 2009, dopo che un crollo finanziario aveva devastato il suo sistema bancario e indebolito la fiducia nella valuta nazionale. Quando i negoziati sono stati interrotti quattro anni dopo, erano stati aperti 27 capitoli politici e 11 erano stati provvisoriamente chiusi, ma il capitolo sulla pesca rimaneva irrisolto.

Le pressioni economiche hanno riportato la questione europea in primo piano. L’inflazione, i mutui costosi e il tasso d’interesse dell’8 per cento fissato dalla banca centrale islandese hanno rafforzato le argomentazioni a favore di una maggiore integrazione. Il tasso della Banca centrale europea, in confronto, si attesta al 2,25 per cento. Chi è a favore dell’Europa presenta l’eventuale adozione dell’euro come una possibile fonte di stabilità. I loro oppositori avvertono che rinunciare alla corona significherebbe rinunciare a uno strumento prezioso per rispondere alle esigenze specifiche della piccola economia islandese.

Anche il contesto geopolitico è cambiato radicalmente dal 2013. L’invasione russa dell’Ucraina, l’intensificarsi della competizione nell’Artico e l’incertezza sulla politica statunitense a lungo termine hanno accresciuto l’importanza strategica dell’Islanda. L’isola si trova tra l’Europa, la Groenlandia e il Nord America, vicino al GIUK Gap, un corridoio fondamentale del Nord Atlantico per la sicurezza militare e marittima.

L’Islanda, membro fondatore della NATO, ha recentemente ampliato la sua cooperazione in materia di sicurezza con l’UE attraverso un partenariato che riguarda l’Artico, le infrastrutture critiche, gli affari marittimi e le minacce informatiche. L’adesione avrebbe quindi un’importanza che va ben oltre i circa 400.000 abitanti dell’Islanda: rafforzerebbe la presenza politica dell’UE in una regione che sta attirando sempre più l’attenzione di Russia, Cina e Stati Uniti.

Se gli elettori approveranno la ripresa dei colloqui, il ministero degli Esteri islandese ritiene che i negoziati potrebbero iniziare prima della fine dell’anno e durare dai 18 ai 24 mesi. Ma anche in quel caso, l’adesione rimarrebbe ancora in sospeso. Il referendum può riaprire la porta verso l’Europa, ma gli islandesi dovrebbero comunque decidere se varcarla o meno.

 

Alessandro Fiorentino