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Il Grande Fenomeno delle Dimissioni in Italia e in Europa: dati e cause del cambiamento del mercato del lavoro

Cultura - Ottobre 18, 2022

Negli ultimi due anni, il mercato del lavoro ha subito diversi cambiamenti, anche inaspettati, in tutto il mondo. Si sono verificati due fenomeni, solo apparentemente opposti e non conciliabili: Grandi dimissioni e aumento della domanda da parte delle aziende. Da un lato, quindi, c’è chi ha scelto di cambiare radicalmente la propria vita e di lasciare il lavoro, dall’altro chi offre lavoro e cerca di ampliare la propria forza lavoro, non trovando però riscontro. Ma perché questo accade? Quali sono le cause?

Un dialogo, quello tra dimissioni e assunzioni, intermittente e macchinoso

Il fenomeno delle Grandi Dimissioni è decollato nell’estate del 2021 negli Stati Uniti, quando, in base ai dati di quell’agosto diffusi dal Dipartimento del Lavoro degli Stati Uniti, 4,6 milioni di americani hanno lasciato il lavoro. Nel corso dei mesi, la tendenza si è diffusa a livello globale. I motivi? Ricerca di stimoli e nuove opportunità, insoddisfazione per i salari e gli orari di lavoro, problemi di salute mentale e desiderio di ricalibrare l’equilibrio tra lavoro e vita privata. Certamente la pandemia ha avuto un impatto notevole, ma, come si vedrà più avanti, la trasformazione del mercato del lavoro è un processo iniziato da tempo.

In ogni caso, i dati Eurostat relativi all’occupazione sul territorio europeo, risalenti a luglio e riferiti al primo trimestre del 2022, indicano che, complessivamente, il tasso di occupazione è del 74,5% (lavoratrici di età compresa tra i 20 e i 64 anni), quindi un +0,5% rispetto allo stesso periodo dell’anno precedente. Si tratta di un numero molto interessante perché determina una crescita costante che fa ben sperare, soprattutto dopo due anni tribolati colpiti dalla pandemia. Tuttavia, va considerato che in molti Paesi – come l’Italia – la somministrazione di contratti a tempo determinato è in aumento; si può quindi affermare che si tratta di una crescita illusoria, perché basata sulla precarietà. Questa parentesi numerica comprende anche le conseguenze del fenomeno delle Grandi Dimissioni.

Al netto dei fatti, va detto che la commistione tra contratti a tempo determinato e desiderio delle persone di trovare un nuovo equilibrio tra lavoro e vita privata va a generare un quadro confuso e per nulla roseo. È chiaro che in alcuni Stati il problema è più marcato che in altri. Gallup, un istituto di ricerca statunitense, ha definito questa situazione un “Grande Rimescolamento”. L’istituto ha recentemente rilevato che in Germania, ad esempio, quattro tedeschi su dieci lascerebbero il proprio lavoro se potessero; inoltre, il 40% del campione intervistato dichiara di essere alla ricerca di un nuovo lavoro, quindi si sta guardando intorno. Ciò indica una forte insoddisfazione, nonostante la crescita generale.

Inoltre, è stato dimostrato che il 38% dei lavoratori coinvolti non sopporta più lo stress e i ritmi dettati dal luogo di lavoro.

È una condizione in cui si trovano anche molte lavoratrici e lavoratori provenienti da altri Paesi.

Anche un’altra indagine prodotta da Lifeworks, una piattaforma canadese, ne dà conto. Lo studio mostra che in Italia, Francia, Polonia, Spagna e Paesi Bassi, la salute mentale del 41% degli intervistati è a rischio a causa del lavoro; di conseguenza, si legittima anche il desiderio di cambiare la propria routine quotidiana e di raggiungere un equilibrio accettabile tra lavoro e vita privata.

Euronews a questo proposito scrive: “L’esodo dal posto di lavoro non è diminuito quando la vita si è stabilizzata nella nuova normalità post-pandemica, semmai si sono aggiunte nuove circostanze alle ragioni per cui le persone non sono felici di rimanere in un lavoro che non offre loro abbastanza.” Questo dimostra che la cultura del lavoro e l’approccio al lavoro stesso non stanno vivendo un cambiamento transitorio. Lo stesso documento riporta anche un’indagine condotta dalla società di contabilità PricewaterhouseCoopers, PWC, su 52 mila lavoratori sparsi in 44 Paesi, da cui è emerso che un intervistato su cinque ha intenzione di cambiare lavoro entro i prossimi dodici mesi, per lo più per ottenere una retribuzione migliore. Più di un terzo degli intervistati prevede anche di chiedere un aumento al proprio datore di lavoro. Quasi tutti ritengono che il cambiamento debba riguardare anche lo stile di vita. Una tendenza quindi stabilita.

Due prospettive diverse

L’equazione, quindi, si basa sulla crescita della domanda da parte delle aziende. Ma perché non si riesce ad assumere, nonostante sia un’esigenza condivisa anche da chi cerca lavoro? Le cause sono molteplici; secondo i vari studi elaborati sull’argomento, in cui vengono interpellati i lavoratori, sembra che le richieste dei datori di lavoro non siano più conciliabili con le esigenze di chi vuole e deve essere assunto. Non è un caso che alcuni Paesi stiano sperimentando la settimana lavorativa di quattro giorni e cercando di normalizzare la condizione del lavoro agile. Inoltre, aspetti critici significativi sono il tipo di contratto somministrato e la retribuzione.

Se già prima della pandemia e dell’aumento dell’inflazione, conseguenza del conflitto in Ucraina, le prospettive di crescita, soprattutto per i più giovani, non erano rassicuranti, oggi la situazione è profondamente cambiata, definendosi in senso ancora più negativo.

D’altra parte, molte aziende ritengono di non poter assumere perché non riescono a trovare personale qualificato. Ovvero: i candidati non mancano, ma quelli che partecipano alle selezioni presentano competenze non adatte alla posizione vacante. Visto da questa prospettiva, tutto cambia. La matrice non è più la volontà di stravolgere l’approccio al lavoro, ma la “scarsa” qualità della formazione. Data la transizione digitale ed ecologica in atto, è ovvio che le aziende siano alla ricerca di profili competenti in materia, in grado di far fronte alle nuove esigenze del mercato.

Uno studio, intitolato “Leftover jobs e disoccupazione tra passato e futuro”, condotto da Randstand nel 2021 ha riportato che per il 58% delle aziende in Italia, il problema maggiore al momento dell’assunzione risiede nelle carenze tecniche e scientifiche dei candidati. Inoltre, ha sottolineato che il 34% delle ricerche di lavoro nel 2021 non ha prodotto nulla; quindi, il dialogo tra datore di lavoro e candidato è risultato essere intermittente, macchinoso e fondamentalmente una perdita di tempo.

Una situazione critica: L’Italia, i suoi NEET e il Reddito di Base

Parlando di formazione e di politiche finalizzate all’inserimento lavorativo, sono due le questioni più discusse e affrontate in Italia negli ultimi tempi: il numero sempre crescente di NEET, ovvero di giovani tra i 15 e i 29 anni che non studiano né lavorano, e la gestione del Reddito di Base. Nel primo caso, è l’Istat a confermare che ci sono più di due milioni di giovani che non sono né impegnati in un percorso di studi né in un’occupazione. Si tratta di un dato sconfortante che implica una revisione non solo delle politiche familiari (spesso ragazze e ragazzi non possono permettersi di frequentare scuole o università a causa dell’instabile condizione economica delle famiglie) ma anche di quelle volte alla formazione. Stiamo parlando di persone che devono avere gli strumenti per poter accedere al mondo del lavoro, colmare un gap importante, e che devono potersi affacciare al futuro senza avere il timore di non riuscire a superare ostacoli importanti come il gap culturale con altri Paesi o l’impossibilità di far fronte a spese anche essenziali.

Negli ultimi anni, in alcuni casi, il mancato approccio all’impegno nello studio e la riluttanza a mettersi in gioco per cercare lavoro sono stati imputati al reddito di base. Le ultime elezioni politiche hanno visto la vittoria del centrodestra guidato dalla fiducia espressa dagli elettori in Fratelli di Italia: questo è rilevante per il discorso in quanto nel programma divulgato dal partito di Giorgia Meloni si determina a sostituire il Reddito di Base “con misure più efficaci di inclusione sociale e con politiche attive di formazione e inserimento nel mondo del lavoro”. Un pensiero molto specifico che intende risolvere una condizione critica e complessa, rivolgendo concretamente lo sguardo al futuro del mondo del lavoro come strumento di inclusione sociale.

 

 

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