Per oltre un decennio, l’Unione europea ha affrontato la questione dell’Artico principalmente dal punto di vista normativo: uno spazio per la cooperazione gestita, un laboratorio climatico, un’area di governance multilaterale da amministrare piuttosto che da proteggere.
Non si è trattato di ingenuità, ma dell’espressione coerente di una cultura politica plasmata dopo la seconda guerra mondiale, fondata sulla convinzione che la forza potesse essere progressivamente sostituita da regole, procedure e interdipendenza.
Oggi tale approccio sta mostrando evidenti limiti. Non perché i valori europei abbiano fallito, ma perché il contesto strategico globale si è evoluto più rapidamente della capacità dell’Europa di adeguare le proprie ipotesi strategiche. L’Artico è ora una delle regioni in cui il divario tra rappresentazione normativa e realtà strategica è diventato sempre più difficile da sostenere.
La Groenlandia come perno dell’Artico occidentale
Un recente rapporto approfondito di POLITICO ha riportato l’attenzione su una questione a lungo considerata secondaria nel dibattito europeo: il ruolo della Groenlandia nell’architettura occidentale delle comunicazioni e delle capacità spaziali.
Bruxelles sta rafforzando la sua presenza sull’isola per proteggere le infrastrutture satellitari sempre più esposte a interferenze, sabotaggi e minacce ibride.
Il problema, tuttavia, non è tecnico. È strategico.
Le comunicazioni satellitari sono alla base della sicurezza europea contemporanea: pianificazione della difesa, raccolta di informazioni, navigazione militare e resilienza delle infrastrutture critiche. Per ragioni geografiche, l’Artico è un nodo imprescindibile all’interno di questa architettura.
In questo contesto, la Groenlandia non è una periferia remota, ma un elemento centrale per la sicurezza dell’Artico occidentale.
Riconoscere questa realtà non significa “militarizzare” l’Europa. Significa semplicemente riconoscere che l’Europa è già inserita in un contesto strategico controverso, anche se preferisce descrivere tale contesto in termini neutri o amministrativi.
Competizione di potere e ambiguità strategica dell’Europa
La rinnovata centralità dell’Artico riflette un cambiamento più ampio: il ritorno della competizione per il potere come caratteristica strutturale del sistema internazionale.
La Russia ha investito sistematicamente nella regione, integrandola nella sua posizione militare e nei suoi calcoli strategici più ampi. La Cina, pur non essendo uno Stato artico, ha progressivamente incorporato l’Estremo Nord nella sua espansione economica, tecnologica e infrastrutturale.
Di fronte a queste dinamiche, l’Unione Europea ha spesso adottato una posizione ambivalente. Ha dimostrato consapevolezza dell’evoluzione del contesto, ma ha faticato a tradurre tale consapevolezza in una posizione strategica coerente. L’ostacolo non è stata la capacità analitica, bensì la resistenza politica, culturale e istituzionale a considerare la sicurezza, la deterrenza e il potere come componenti integranti del progetto europeo.
Questa è la contraddizione fondamentale: l’UE non ha sbagliato a fare affidamento sulle regole. Ha sbagliato a presumere che le regole potessero reggere da sole senza un quadro di sicurezza credibile a sostenerle.
Trump, la Groenlandia e lo stress test europeo
Le dichiarazioni di Donald Trump sulla Groenlandia devono essere lette in questo contesto.
Quando il presidente americano sostiene – come riportato dalla BBC – che gli Stati Uniti «hanno bisogno della Groenlandia» per ragioni di sicurezza nazionale, le reazioni europee si concentrano istintivamente sui principi giuridici e sui confini simbolici.
Tali reazioni sono comprensibili, ma incomplete.
I metodi di Trump non offrono alcun modello per l’Europa. L’unilateralismo, la coercizione diplomatica e la logica transazionale sono incompatibili con il modo europeo di condurre le relazioni internazionali. Tuttavia, liquidare le sue osservazioni come mere provocazioni sarebbe altrettanto errato.
Queste dichiarazioni, intenzionalmente o meno, mettono in luce una questione che l’Europa ha a lungo preferito tenere ai margini: la centralità strategica dell’Artico per la sicurezza occidentale e il ruolo concreto della Groenlandia in tale contesto. In questo senso, l’episodio funge meno da banco di prova per l’alleanza transatlantica che da banco di prova per la capacità dell’Europa di articolare una propria visione strategica matura.
La NATO e la responsabilità europea
Una volta inquadrato il dibattito sull’Artico in termini di responsabilità piuttosto che di simbolismo, è difficile evitare una conclusione: la dimensione atlantica rimane indispensabile.
Come osservato dal Corriere della Sera, la recente posizione dell’Italia sulla Groenlandia identifica la NATO come il quadro appropriato per affrontare la sicurezza dell’Artico, nel pieno rispetto della sovranità danese.
Non è una questione di subordinazione, ma di realismo strategico.
La NATO non sostituisce l’Europa, ma ne garantisce la sicurezza. E senza sicurezza, nessuna ambizione europea – industriale, ambientale o politica – può essere sostenuta nel tempo.
Per anni, una corrente di pensiero conservatrice europea ha ribadito con coerenza questo concetto: rafforzare l’Europa significa rafforzare la sua credibilità strategica all’interno dell’Occidente, non costruire nozioni astratte di autonomia distaccate dalle alleanze esistenti.
Dalla consapevolezza alla strategia
Le critiche alla posizione dell’Europa nei confronti dell’Artico non derivano da sentimenti antieuropei, ma dalla necessità di maturità strategica. L’Unione europea ha dimostrato la sua capacità di creare regole, mercati e quadri di cooperazione. Ora deve dimostrare la stessa capacità di operare in un contesto strategico competitivo.
L’Artico è un banco di prova rivelatore. Non consente ambiguità prolungate, né permette la separazione dei valori dal potere. Ignorare la dimensione del potere non rende l’Europa più fedele ai propri principi, ma la rende meno influente.
Il linguaggio di Trump è stato schietto. Tuttavia, la realtà strategica sottostante è evidente già da tempo. La questione che ora si pone all’Unione Europea è se sia in grado di trasformare una consapevolezza di lunga data in una strategia coerente.
La realtà non aspetta, ma lascia ancora spazio alla scelta.