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Lo stress test strategico dell’Europa: sicurezza, tecnologia e costo della frammentazione

Scienze e tecnologia - Gennaio 30, 2026

Per molto tempo, la sicurezza europea è stata discussa quasi esclusivamente in termini militari: numero di truppe, spesa per la difesa e impegni della NATO. Oggi, tale quadro non è più sufficiente. Le vulnerabilità più gravi che l’Unione europea deve affrontare non si trovano ai suoi confini, ma all’interno delle sue catene di approvvigionamento, dei suoi ecosistemi industriali e delle sue dipendenze tecnologiche.

Le terre rare, i semiconduttori e l’intelligenza artificiale non sono più settori economici neutri, ma risorse strategiche. I fascicoli che si accumulano a Bruxelles raccontano una storia coerente: l’Europa sta scoprendo, con ritardo e spesso in condizioni di crisi, che la resilienza non può essere improvvisata. Si tratta di uno stress test strutturale che rivela come la frammentazione del processo decisionale e l’inerzia normativa stiano erodendo la capacità dell’Europa di agire in un mondo in cui le dipendenze economiche sono sempre più utilizzate come armi.

Materie prime critiche: il fronte nascosto

Il dibattito sulle terre rare offre il punto di accesso più chiaro a questa crisi. Questi 17 elementi sono essenziali per tutto, dagli smartphone ai magneti permanenti nelle turbine eoliche e ai sistemi di guida per munizioni di precisione. Tuttavia, l’Europa rimane precariamente dipendente, importando il 95% delle sue terre rare. La Cina domina attualmente il panorama, controllando il 70% dell’estrazione globale e fino al 90% della capacità di lavorazione.

La risposta dell’UE, il Critical Raw Materials Act (CRMA), fissa obiettivi ambiziosi per il 2030: 10% di estrazione interna, 40% di lavorazione interna e 25% di riciclaggio. Tuttavia, la realtà è in ritardo rispetto alla teoria. Il progetto Per Geijer in Svezia, il più grande giacimento di terre rare conosciuto in Europa, ne è un esempio calzante. Nonostante il suo status di “progetto strategico”, deve affrontare una maratona legale che coinvolge rigidi codici ambientali e protezioni della biodiversità che minacciano di ritardare la produzione di anni. Senza un accesso sicuro a queste risorse, nessuna politica industriale o di difesa può essere veramente credibile.

Semiconduttori: la sovranità scoperta troppo tardi

Se le materie prime mettono in luce le debolezze a monte, i semiconduttori rivelano la fragilità a metà del processo. L’Europa possiede risorse fondamentali, ma le gestisce in modo difensivo. ASML, leader mondiale nella litografia, offre un raro punto di leva, ma la sua leadership avverte che la “sovranità tecnologica” totale è irrealistica, dato l’ecosistema globale profondamente integrato.

Il caso Nexperia è ancora più indicativo della pressione geopolitica. Alla fine del 2025, il governo olandese è stato costretto a intervenire, ricorrendo a poteri straordinari per nominare amministratori pubblici e sospendere l’amministratore delegato dell’azienda controllata dalla Cina, al fine di impedire lo “svuotamento” delle competenze europee. Questa mossa, innescata dalle pressioni degli Stati Uniti e dai timori di un trasferimento di tecnologia alla Cina, ha portato a immediati controlli sulle esportazioni da parte di Pechino. La lezione è chiara: il Chips Act dell’UE mira a raddoppiare la quota di mercato dell’Europa al 20% entro il 2030, ma manca di strumenti efficaci per proteggere le risorse esistenti dal “drenaggio” interno o dall’uso come arma esterna.

Intelligenza artificiale: regolamentazione senza potere

Lo squilibrio tra ambizione e capacità è più evidente nel campo dell’IA. Sebbene l’UE sia all’avanguardia in materia di etica con l’AI Act, sta perdendo la corsa globale su quasi tutti gli altri fronti. I numeri parlano chiaro: gli Stati Uniti hanno prodotto 40 modelli fondamentali e la Cina 15, mentre l’Europa nel suo complesso ne ha prodotti solo tre.

Il “divario innovativo” è alimentato da un’enorme disparità di finanziamenti. Negli ultimi dieci anni gli investimenti privati statunitensi nell’IA hanno raggiunto i 400 miliardi di dollari, contro i soli 50 miliardi dell’UE. Inoltre, l’Europa soffre di una fuga sistematica di talenti: tre dottori di ricerca europei su quattro formati negli Stati Uniti rimangono lì per almeno cinque anni. Come sottolineano i leader delle startup, l’Europa ha dedicato troppo tempo alla regolamentazione invece di diventare il luogo più competitivo del pianeta. Senza il controllo sull’hardware e sull’infrastruttura cloud hyperscale, il 65% della quale è controllata da tre aziende statunitensi, l’Europa rischia di diventare un legislatore in un mondo che non le appartiene.

Il paradosso normativo: quando gli obiettivi strategici entrano in conflitto

Il “paradosso del Green Deal” complica ulteriormente il quadro. L’Europa definisce alcuni settori ‘strategici’ per i propri obiettivi climatici e digitali, ma li sottopone a quadri normativi che ne ostacolano attivamente l’attuazione. In Svezia, la spinta verso i minerali “verdi” è rallentata proprio dalle leggi ambientali volte a proteggere il continente.

Si tratta di un fallimento in termini di coerenza. L’autonomia strategica non può sopravvivere all’interno di un sistema di governance che tratta le materie prime, l’intelligenza artificiale e l’energia come compartimenti stagni separati. Mentre concorrenti come la Cina integrano la pianificazione statale e gli investimenti a lungo termine, l’UE rimane frammentata in 27 mercati nazionali, costringendo le sue startup in più rapida crescita a registrarsi in luoghi come il Delaware solo per accedere al capitale.

La resilienza richiede controllo

L’Unione europea si trova a un bivio. La sicurezza si è estesa ben oltre il settore militare, fino a coinvolgere il tessuto stesso della produzione industriale. La resilienza non può essere costruita solo con dichiarazioni o annunci di finanziamenti; richiede il controllo delle risorse critiche e la capacità di agire con decisione sotto pressione.

Le prove portano a un’unica conclusione: all’Europa non mancano né il talento né la consapevolezza, ma un approccio integrato al potere. Finché non verrà colmato il divario tra ambizione normativa e realtà industriale, ogni nuova interruzione della catena di approvvigionamento non sarà una sorpresa, ma la conferma di una finestra di opportunità che si sta chiudendo.