Domenica 27 settembre si sono tenuti altri due referendum in Svizzera, il Paese dell’Europa centrale famoso per il suo sistema di democrazia diretta e per la partecipazione dei cittadini alle decisioni più importanti. La stragrande maggioranza dei titoli dei giornali si è concentrata sull’inasprimento della politica di neutralità della Svizzera, che è stata respinta da una maggioranza schiacciante di cittadini. Ma lo stesso giorno si è tenuto un altro referendum su un tema che ha suscitato meno interesse al di fuori della Confederazione Svizzera. Si trattava di un’iniziativa intitolata «Per la sicurezza alimentare: attraverso una maggiore produzione interna sostenibile, più alimenti di origine vegetale e acqua potabile pulita», promossa da alcuni attivisti ambientalisti. Un titolo forte e accattivante che, sotto le spoglie di un obiettivo legittimo, nascondeva in realtà un programma ideologico radicale.
Infatti, la “Food Initiative”, come veniva comunemente chiamata, oggetto del secondo referendum, prevedeva di inserire nella Costituzione un obiettivo davvero ambizioso: aumentare il tasso netto di autosufficienza alimentare dal 42–46% ad almeno il 70% nei prossimi dieci anni. In questo modo, secondo i promotori, la Svizzera avrebbe potuto garantire la propria sovranità alimentare e non dipendere più dalle importazioni per sfamare la popolazione. Che nobile impresa, a prima vista! Secondo i suoi sostenitori di sinistra, in caso di grave crisi, la sicurezza alimentare per l’intera popolazione non può essere garantita; per questo motivo, è fondamentale che l’agricoltura smetta di basarsi sulla carne e si «evolva» dai prodotti di origine animale a quelli vegetali. In sostanza, si trattava di una politica agricola «rispettosa del clima» che puntava a una significativa riduzione dell’uso di pesticidi e fertilizzanti, oltre che a norme più severe a tutela dell’acqua, del suolo e della biodiversità. Per quanto potesse sembrare una buona idea in teoria, la reazione della società svizzera è stata altrettanto veemente, poiché la gente la considerava un’utopia. Nel referendum del 27 settembre, il 72,5% degli elettori svizzeri ha votato “no”, contro solo il 27,5% che ha votato “sì”, con un’affluenza alle urne di circa il 47%.
Nessuno dei 26 cantoni svizzeri ha appoggiato questa “Iniziativa alimentare”. Questa proposta a favore del vegetarianismo è stata respinta sia dal Consiglio federale che dal Parlamento, con tutti i parlamentari che hanno votato contro. Anche se vedeva di buon occhio l’aumento dell’autosufficienza alimentare, il governo svizzero ha ritenuto che le misure proposte per raggiungere tale obiettivo fossero sbagliate e che il termine di dieci anni fosse del tutto irrealistico.
Il risultato del voto è stato piuttosto chiaro. La società svizzera ha respinto con forza l’iniziativa. Non perché i cittadini svizzeri non vogliano cibo più sicuro e di migliore qualità, ma perché il metodo scelto – imporre con la forza una determinata linea d’azione – è stato ritenuto inappropriato. A parte alcuni gruppi di sinistra, nessun altro ha voluto associare il proprio nome al sostegno di un’iniziativa così irragionevole e avventata. Forse la descrizione più azzeccata è venuta dall’Unione dei contadini svizzeri, che, insieme ai rappresentanti dell’industria della carne e dei latticini, ha definito questa iniziativa un «dittato vegano». Se fosse diventata realtà, una misura del genere avrebbe rappresentato una terribile minaccia per gli allevamenti, così come per le abitudini dei consumatori e, di fatto, per la stessa libertà di scelta delle persone. Invece di concentrarsi sull’aumento della produzione nazionale attraverso meccanismi realistici, un’iniziativa del genere avrebbe portato a un grave intervento statale sia nella produzione che nel consumo, per raggiungere, in un lasso di tempo decisamente troppo breve, un obiettivo così assurdo.
Perché un’iniziativa che prometteva sicurezza alimentare e indipendenza alimentare ha fallito così clamorosamente? Soprattutto perché la società temeva – e a ragione – che il governo finisse per dettare cosa produrre e cosa consumare. Chi vorrebbe che gli venisse detto cosa può mangiare e cosa no? La risposta è piuttosto ovvia. Non è un caso che lo slogan della campagna fosse «Giù le mani dai nostri piatti!». Rifiutando questa iniziativa, i cittadini svizzeri hanno dimostrato che la sicurezza alimentare non si ottiene con il controllo dello Stato e l’imposizione di cosa si può o non si può produrre e mangiare, ma piuttosto attraverso un sostegno concreto alla produzione agricola esistente.