La Svizzera respinge una neutralità più rigida, mantenendo le sanzioni contro la Russia

Politica - 30 Settembre 2026

Una netta sconfitta al referendum lascia aperte le opzioni di politica estera di Berna e protegge un elemento cruciale della risposta economica dell’Europa a Mosca.

Gli elettori svizzeri hanno respinto a larga maggioranza una proposta che avrebbe imposto una definizione più rigida di neutralità, preservando così la libertà del governo di collaborare con i partner internazionali e di mantenere le sanzioni contro la Russia. Il risultato ha conseguenze che vanno ben oltre i confini della Svizzera, rimuovendo un potenziale ostacolo agli sforzi europei per mantenere la pressione economica su Mosca e dimostrando al contempo che la neutralità svizzera rimane aperta a diverse interpretazioni.

L’iniziativa è stata bocciata con il 70,2% contro il 29,8%, con tutti e 26 i cantoni che hanno votato contro. Solo in Ticino il divario è stato relativamente ridotto. L’affluenza alle urne ha raggiunto il 47,1%. Un rifiuto così ampio rappresenta una battuta d’arresto significativa per i sostenitori della proposta e dà alle autorità federali un chiaro mandato a mantenere il loro attuale margine di manovra.

Sostenuta dal Partito Popolare Svizzero di destra, noto come SVP in tedesco e UDC in francese e italiano, l’iniziativa mirava a imporre limiti costituzionali più rigidi alla politica estera e di sicurezza. Nonostante i notevoli finanziamenti per la campagna, i suoi sostenitori non sono riusciti a convincere gli elettori che la Svizzera avesse bisogno di un quadro normativo più restrittivo. Secondo Le Temps, quando il risultato è diventato chiaro, nel loro quartier generale allo storico Casino di Berna è calato il silenzio.

La questione centrale era come dovesse funzionare la neutralità in un mondo in cui i conflitti militari generano anche scontri finanziari, commerciali e diplomatici. I sostenitori chiedevano garanzie costituzionali più forti contro il coinvolgimento. Il risultato suggerisce che la maggior parte degli elettori abbia preferito mantenere la discrezionalità politica, anche se un referendum da solo non può stabilire le motivazioni individuali che stanno dietro a ogni voto.

In base all’emendamento proposto, la neutralità svizzera sarebbe stata definita esplicitamente come perpetua e armata. Alla Svizzera sarebbe stato vietato aderire ad alleanze militari o di difesa e collaborare con esse, a meno che non si fosse trovata di fronte a un attacco militare effettivo o imminente. Sarebbe stata inoltre vietata la partecipazione a conflitti militari tra altri Stati.

La disposizione più rilevante riguardava le sanzioni economiche. In linea di massima, alla Svizzera sarebbe stato impedito di imporle agli Stati belligeranti, con eccezioni per le sanzioni delle Nazioni Unite e per le misure volte a impedire l’elusione delle sanzioni. Ciò avrebbe creato una base molto più ristretta per la partecipazione della Svizzera alle restrizioni adottate dai paesi europei contro la Russia.

Per Bruxelles, questa prospettiva ha sollevato subito una preoccupazione strategica. La Svizzera non fa parte dell’Unione Europea, ma data la sua importanza finanziaria, le sue scelte politiche possono influenzare l’efficacia delle misure europee. Un regime di sanzioni diventa più difficile da sostenere quando i principali centri finanziari vicini operano con restrizioni sostanzialmente diverse.

La proposta respinta, quindi, andava ben oltre il semplice simbolismo diplomatico. Le restrizioni sulle transazioni finanziarie, sui rapporti con soggetti designati e sulle attività commerciali dipendono in parte dalla cooperazione tra le diverse giurisdizioni. Se la Svizzera fosse stata costretta, per motivi costituzionali, a non mantenere misure simili, i responsabili politici europei si sarebbero trovati a dover perseguire i propri obiettivi in un contesto molto più frammentato.

Tuttavia, le conseguenze precise dell’approvazione sarebbero dipese dall’attuazione e dall’interpretazione giuridica. L’eccezione relativa alle misure contro l’elusione avrebbe richiesto un esame particolarmente attento. Sarebbe quindi esagerato affermare che ogni restrizione che riguardava la Russia sarebbe automaticamente scomparsa. La conclusione più plausibile è che l’iniziativa minacciasse la capacità della Svizzera di mantenere il proprio allineamento alle sanzioni europee.

La sua bocciatura preserva questa capacità. Non impone a Berna l’obbligo di adottare ogni futura decisione dell’UE, né trasferisce a Bruxelles la responsabilità della politica estera svizzera. La Svizzera mantiene le proprie istituzioni e i propri processi decisionali. Ciò che gli elettori hanno respinto era una restrizione costituzionale che avrebbe drasticamente ridotto le opzioni a disposizione di tali istituzioni.

Mosca aveva un evidente interesse nell’esito della vicenda. Un’eventuale rinuncia della Svizzera alle sanzioni europee avrebbe indebolito la coesione politica alla base delle pressioni economiche sulla Russia. L’eccezione delle Nazioni Unite rivestiva inoltre un significato particolare, poiché la Russia detiene un seggio permanente e il diritto di veto nel Consiglio di Sicurezza, il che le consente di bloccare risoluzioni di rilievo rivolte contro di essa.

Questa realtà istituzionale mette in luce la difficoltà di considerare l’approvazione dell’ONU come il criterio principale per stabilire se le sanzioni siano accettabili. Il quadro normativo può sembrare fornire uno standard universale, ma il suo funzionamento dipende dal consenso di Stati potenti, compresi quelli direttamente coinvolti in un conflitto. In tali circostanze, l’assenza di sanzioni dell’ONU non indica necessariamente che la comunità internazionale concordi sul fatto che non sia necessaria alcuna risposta.

Il dibattito più ampio verte sulla distinzione tra neutralità militare e disimpegno politico o economico. Il governo svizzero sostiene che la neutralità sia compatibile con le sanzioni e la cooperazione internazionale. Nella sua spiegazione ufficiale dell’iniziativa, afferma che la Svizzera ha in gran parte adottato le sanzioni dell’UE in seguito all’attacco della Russia all’Ucraina, pur continuando a mantenere il proprio status di neutralità.

Questa posizione riflette una visione della neutralità come strumento per proteggere l’indipendenza e la sicurezza, sostenendo al contempo l’ordine internazionale. Chi sostiene regole più rigide adotta un approccio diverso, ponendo maggiore enfasi sulla distanza dai blocchi di potere rivali. Il referendum ha respinto in modo decisivo la formula costituzionale da loro proposta, ma è improbabile che questo risolva definitivamente il disaccordo di fondo.

La tradizione di neutralità della Svizzera ha radici storiche profonde, che risalgono al XVI secolo, e ha ottenuto il riconoscimento internazionale nel 1815. Il Paese è rimasto formalmente fuori da entrambe le guerre mondiali ed è entrato a far parte delle Nazioni Unite solo nel 2002. Eppure questa storia non ha mai eliminato la necessità concreta di gestire i rapporti con le potenze circostanti.

La neutralità è anche alla base della reputazione della Svizzera come mediatore diplomatico. La sua capacità di offrire mediazione dipende dalla credibilità e dall’accettazione da parte delle parti coinvolte. Se le sanzioni rafforzino tale credibilità difendendo i principi internazionali, o la indeboliscano suggerendo un allineamento, rimane una questione controversa. Nessuna delle due interpretazioni può garantire che i governi in guerra accettino la mediazione svizzera.

Per l’Europa, il voto mette in luce le scelte sempre più complesse che i paesi neutrali devono affrontare. L’Austria e l’Irlanda sono membri dell’UE, mentre la Svizzera no, quindi le loro posizioni istituzionali sono molto diverse. Ciononostante, tutti devono affrontare la sfida di conciliare le tradizioni nazionali consolidate con le esigenze di cooperazione in materia di sicurezza e di risposta ai conflitti che interessano l’intero continente.

Il risultato svizzero non va interpretato come un’approvazione dell’adesione a un’alleanza militare. Gli elettori si sono espressi su un particolare emendamento costituzionale, non hanno deciso se abbandonare del tutto la neutralità. Il messaggio politico è più specifico: una maggioranza schiacciante si è opposta all’idea di vincolare i futuri governi alla definizione restrittiva prevista dall’iniziativa.

Un secondo referendum ha portato a un altro netto rifiuto. Gli elettori hanno bocciato una proposta sulla sovranità alimentare con il 72,5% dei voti, respingendo un’iniziativa che puntava a un livello di autosufficienza svizzera di almeno il 70%. Anche se l’argomento era diverso, entrambe le votazioni hanno sollevato interrogativi su quanto si debba tutelare l’autonomia nazionale attraverso norme interne vincolanti.

C’è un limite nel trarre una lezione ideologica comune da questi due risultati. La produzione alimentare e la politica estera coinvolgono interessi, costi e aspettative diversi. Tuttavia, queste due sconfitte contemporanee dimostrano che fare appello solo alla sovranità non è bastato per ottenere il sostegno della maggioranza a nessuna delle due proposte. Ogni iniziativa ha dovuto convincere gli elettori che le sue conseguenze pratiche giustificassero i vincoli che avrebbe introdotto.

Per Berna, il risultato immediato è la continuità. La Costituzione rimane invariata, il governo mantiene la propria flessibilità e la cooperazione sulle sanzioni europee può proseguire. Per Bruxelles, è stata eliminata una fonte di incertezza potenzialmente grave. Per i sostenitori dell’iniziativa, la portata e l’estensione geografica della sconfitta richiedono una rivalutazione delle loro argomentazioni.

La prossima sfida sarà quella di usare questa flessibilità in modo convincente. Le autorità svizzere devono continuare a spiegare in che modo le singole decisioni servano gli interessi nazionali e si inseriscano nella loro concezione di neutralità. Il referendum ha preservato gli strumenti della politica estera; non ha però eliminato la responsabilità di giustificarne l’uso. Gli elettori svizzeri hanno lasciato questo giudizio all’arena politica, dove si può discutere dell’evoluzione delle circostanze e riconsiderare le decisioni. In questo modo la Svizzera rimane neutrale, ma è comunque in grado di reagire quando le crisi internazionali mettono sotto pressione i suoi principi e i suoi interessi.

 

Alessandro Fiorentino