Quando la migrazione diventa un’arma, i centri di rimpatrio sono solo metà della soluzione

Politica - 12 Ottobre 2026

Il confronto al confine tra Lettonia e Bielorussia mette in luce un problema che la nuova legislazione europea in materia di rimpatri non può risolvere da sola. L’immigrazione irregolare sta diminuendo nel complesso, ma alcuni attori ostili stanno mettendo sempre più alla prova cosa succede quando la gestione delle frontiere diventa una questione di sicurezza nazionale.

Il 5 ottobre, un gruppo di venti migranti si è avvicinato al confine tra la Lettonia e la Bielorussia, accompagnato da uomini mascherati. Secondo un servizio dell’emittente pubblica lituana LRT, le persone che li scortavano hanno lanciato pietre contro i soldati lettoni, mentre uno di loro ha mostrato un oggetto simile a una pistola e ha minacciato di sparare. I soldati si sono ritirati in un luogo sicuro e i migranti sono tornati in Bielorussia. Le autorità lettoni hanno inoltre segnalato danni alle infrastrutture di sorveglianza e il furto di telecamere di frontiera in un altro episodio. Non è ancora chiaro se gli stessi individui siano responsabili di entrambi gli episodi.

Quello che è successo è stato ben più di un semplice tentativo di attraversamento irregolare. Ha messo in luce come una rotta migratoria possa trasformarsi in teatro di intimidazioni armate e attacchi contro le attrezzature utilizzate per proteggere un confine nazionale. Le guardie di frontiera, abituate ad affrontare trafficanti e attraversamenti non autorizzati, si trovano improvvisamente a dover prendere decisioni più simili a quelle che si affrontano in un’operazione di sicurezza.

Il momento non potrebbe essere più significativo di così.

Appena quattro giorni prima, il 1° ottobre, il Consiglio dell’Unione Europea aveva dato l’approvazione definitiva a un regolamento volto a rendere più rapido ed efficace il rimpatrio delle persone prive del diritto legale di soggiornare in Europa. Il regolamento introduce un «provvedimento europeo di rimpatrio», rafforza la cooperazione tra le autorità nazionali, prevede misure più severe nei confronti delle persone che rappresentano un rischio per la sicurezza e consente agli Stati membri di istituire centri di rimpatrio in paesi terzi, nel rispetto degli obblighi internazionali in materia di diritti umani.

La riforma affronta una vera e propria lacuna nella politica migratoria europea. Secondo i dati di Eurostat pubblicati a maggio, nel 2025 491.950 cittadini di paesi terzi hanno ricevuto un provvedimento di allontanamento da un paese dell’UE, mentre 135.460 persone sono state rimpatriate in un paese extra-UE a seguito di un provvedimento di allontanamento. Si tratta di dati annuali e non di un unico gruppo di persone, quindi non possono essere considerati come un tasso di rimpatrio individuale preciso. Tuttavia, mostrano quanto sia difficile trasformare una decisione amministrativa in una partenza effettiva.

Si sono registrati dei progressi. Nel secondo trimestre del 2026, Eurostat ha registrato un aumento del 9,7% su base annua dei rimpatri verso paesi terzi. Il nuovo regolamento dovrebbe fornire ulteriori strumenti per rendere efficaci tali decisioni, anche se le sue disposizioni entreranno in vigore secondo tempistiche diverse dopo l’entrata in vigore. I centri di rimpatrio, in particolare, richiederanno accordi con i paesi disposti ad ospitarli.

Eppure, quanto successo in Lettonia mette in luce i limiti di considerare l’efficacia dei rimpatri come il principale indicatore della sicurezza delle frontiere.

Un ordine di rimpatrio viene emesso nell’ambito di un procedimento legale. Un centro di rimpatrio è destinato a chi ha già ricevuto una decisione di rimpatrio. Nessuno dei due strumenti è pensato per impedire a una persona armata di minacciare i soldati alla frontiera o di distruggere le telecamere che potrebbero rilevare un tentativo di incursione.

La distinzione diventa ancora più importante se si considerano le statistiche più ampie. I dati preliminari di Frontex mostrano che gli attraversamenti irregolari rilevati alle frontiere esterne dell’UE sono diminuiti di circa il 35% nei primi otto mesi del 2026. Ma al confine tra Lettonia e Bielorussia, le autorità nazionali hanno registrato 11.989 persone a cui è stato impedito di attraversare illegalmente il confine tra il 1° gennaio e l’8 ottobre, rispetto alle 10.462 del periodo corrispondente del 2025: un aumento di circa il 14,6%.

Questi dati misurano fenomeni diversi e riguardano aree geografiche e periodi di riferimento diversi. I casi individuati da Frontex non vanno equiparati ai tentativi sventati dalle guardie di frontiera nazionali. Questa distinzione metodologica è importante, però, proprio perché il conteggio degli ingressi irregolari non riflette necessariamente la pressione operativa a cui sono sottoposti gli agenti che impediscono gli attraversamenti.

Un calo del totale europeo può coesistere con un peggioramento della situazione di sicurezza su una determinata frontiera.

La questione bielorussa va ben oltre l’incidente di ottobre. Il 15 gennaio 2026, le Forze Armate Nazionali lettoni hanno pubblicato delle informazioni che, secondo i militari, dimostravano il coinvolgimento delle forze dell’ordine e delle strutture militari bielorusse nel convogliare i migranti verso la Lettonia. Il materiale comprendeva documenti e apparecchiature di comunicazione collegate a un militare bielorusso, fotografie che ritraevano funzionari bielorussi insieme ai migranti e segnalazioni di interferenze elettroniche che hanno compromesso i sistemi di comunicazione e navigazione vicino al confine.

Questi risultati non chiariscono l’identità né la struttura gerarchica degli uomini mascherati coinvolti nell’ultimo scontro. Forniscono però una base documentata per la valutazione più ampia delle autorità lettoni, secondo cui la migrazione viene deliberatamente strumentalizzata.

Riga ha reagito di conseguenza. L’11 agosto, il governo ha lanciato l’operazione VILKATIS, che riunisce la Guardia di frontiera statale, la polizia, le forze armate nazionali e le istituzioni di sicurezza. Il 6 ottobre, il Consiglio dei ministri ha deciso di prorogare l’operazione fino al 31 dicembre.

Il governo ha riferito che sono stati scoperti e smantellati due tunnel utilizzati per attraversamenti illegali. Ha inoltre annunciato che sono stati avviati 155 procedimenti penali in relazione al traffico illegale di persone attraverso il confine di Stato e alla sua organizzazione. L’operazione prevede una sorveglianza più estesa, compreso l’uso di droni.

Dalla risposta di Riga si può trarre una lezione importante. Quando la migrazione viene strumentalizzata da attori ostili, le responsabilità delle autorità civili di frontiera si sovrappongono sempre più a quelle dei servizi di intelligence e delle forze armate. Ciò richiede una cooperazione tra istituzioni che tradizionalmente hanno operato con mandati, quadri giuridici e priorità operative diversi.

L’Unione Europea non ha ignorato questo problema. A dicembre 2024, la Commissione ha affrontato formalmente la questione dell’uso della migrazione come arma e ha stanziato oltre 170 milioni di euro per rafforzare le capacità di sorveglianza nei paesi confinanti con la Russia e la Bielorussia. Il regolamento dell’UE sulle crisi e la forza maggiore riconosce inoltre espressamente le situazioni in cui un paese terzo o un attore non statale ostile facilita la migrazione con l’intento di destabilizzare uno Stato membro o l’Unione.

E la Lettonia non sta agendo senza il supporto operativo europeo. Secondo la sua Guardia di frontiera statale, 66 membri del Corpo permanente di Frontex sono stati dispiegati all’interno delle unità della guardia di frontiera lettone in seguito alla rotazione avvenuta alla fine di settembre.

Le basi per una risposta più ampia ci sono, quindi. La domanda è: l’Europa sta riuscendo a metterle in relazione in modo efficace?

A febbraio, Lettonia, Lituania e Polonia hanno firmato una dichiarazione congiunta in cui chiedono una maggiore condivisione delle informazioni di intelligence, meccanismi di allerta precoce e un’azione coordinata contro la migrazione strumentalizzata e altre minacce ibride. La loro cooperazione riflette una realtà ben nota agli Stati del fianco orientale della NATO: un attacco mirato a prosciugare le risorse di un Paese può finire per mettere sotto pressione anche i suoi vicini.

Questa pressione può arrivare anche ai confini interni dello spazio Schengen. La notifica della Polonia relativa ai controlli temporanei alle frontiere con la Lituania e la Germania, rinnovata a partire dal 2 ottobre, cita espressamente le persistenti minacce all’ordine pubblico e alla sicurezza interna legate alla migrazione. Questi controlli non possono essere attribuiti allo specifico episodio avvenuto in Lettonia, ma dimostrano come le pressioni irrisolte alle frontiere europee possano influire sulla libera circolazione in altre parti dell’Unione.

Questo dovrebbe preoccupare soprattutto i conservatori europei. Proteggere la sovranità nazionale e preservare i vantaggi concreti della cooperazione europea non sono obiettivi in contrasto tra loro. La capacità degli Stati sovrani di controllare i propri confini è una delle condizioni che rendono politicamente sostenibile uno spazio senza controlli di routine alle frontiere interne.

Il dibattito tenutosi a Strasburgo il 6 ottobre tra il commissario Magnus Brunner e il Gruppo dei Conservatori e Riformisti Europei ( ECR ) ha evidenziato questa visione più ampia. Il Gruppo ECR ha riferito di aver discusso del rafforzamento di Frontex, della cooperazione con i paesi terzi, dei centri di rimpatrio e della crescente sfida rappresentata dai droni e dalle capacità di contrasto ai droni.

Queste priorità fanno parte dello stesso quadro strategico, anche se non vanno confuse tra loro. La diplomazia dei rimpatri si occupa di persone che non hanno alcun diritto legale di rimanere nel Paese. La sorveglianza delle frontiere e l’attività di intelligence affrontano le minacce prima che queste penetrino nel territorio nazionale. La protezione delle infrastrutture critiche e il contrasto alle operazioni ostili richiedono invece un’altra serie di capacità.

Una politica credibile deve anche distinguere le persone strumentalizzate da chi organizza l’operazione. I migranti possono essere manipolati, ingannati o esposti a pericoli notevoli da parte dei trafficanti e delle autorità ostili. Non diventano combattenti nemici solo perché altri cercano di sfruttare i loro spostamenti. Il rispetto degli obblighi in materia di asilo, della valutazione individuale e dei diritti fondamentali rimane essenziale, anche quando i governi si trovano di fronte a provocazioni deliberate. Questa distinzione rafforza la legittimità di una risposta decisa, anziché indebolirla.

La prossima occasione per mettere insieme tutti questi aspetti sarà il Consiglio europeo del 15-16 ottobre. Nel suo invito ai leader dell’UE, datato 8 ottobre, il presidente António Costa ha sottolineato che la riduzione costante degli arrivi irregolari dimostra che la politica migratoria europea sta dando risultati. È significativo che abbia anche chiesto maggiore preparazione e solidarietà nel rispondere alle crisi, compresi i casi di strumentalizzazione.

Le due valutazioni non si contraddicono. Descrivono dimensioni diverse della stessa sfida.

L’Europa ha bisogno di un sistema di rimpatrio efficace, che includa accordi concreti con i paesi terzi. Ma ha anche bisogno della capacità di individuare gli organizzatori ostili, proteggere le infrastrutture di frontiera, scambiare rapidamente informazioni di intelligence e sostenere gli Stati membri che devono affrontare provocazioni coordinate. Gli strumenti europei esistenti dovrebbero essere valutati in base all’assistenza operativa che forniscono, non semplicemente in base al numero di strategie e regolamenti adottati a Bruxelles.

Soprattutto, le responsabilità devono rimanere chiare. I governi nazionali mantengono il loro dovere fondamentale di proteggere il proprio territorio e i propri cittadini. La cooperazione europea dovrebbe rafforzare la loro capacità di adempiere a tale dovere, in particolare quando la sicurezza di uno Stato membro ha ripercussioni sull’intera Unione.

Il nuovo regolamento sui rimpatri è una correzione necessaria a un sistema che troppo spesso ha faticato a far rispettare le proprie decisioni. Merita di essere applicato in modo efficace. Ma gli eventi alla frontiera orientale della Lettonia ricordano all’Europa che far rispettare un provvedimento di allontanamento e scoraggiare un’operazione ostile non sono la stessa cosa.

I centri di rimpatrio potrebbero aiutare l’Europa a decidere cosa succederà se la richiesta di rimanere non andasse a buon fine. Da soli, però, non possono decidere cosa succederà quando degli uomini armati si presenteranno al confine.