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Il Consiglio di pace per Gaza: tra ambizione globale, rivalità geopolitiche e crisi del multilateralismo

World - Gennaio 25, 2026

La proposta avanzata dall’amministrazione statunitense guidata da Donald Trump di istituire un Consiglio di pace con competenze globali e, in particolare, con un ruolo centrale nella gestione del futuro della Striscia di Gaza, rappresenta un tentativo ambizioso di ridefinire gli strumenti della governance internazionale dei conflitti. Tale iniziativa si colloca in un contesto geopolitico estremamente complesso, segnato dalla prosecuzione della guerra a Gaza, dalla perdurante invasione russa dell’Ucraina e da un generale indebolimento del multilateralismo tradizionale incarnato dalle Nazioni Unite. Il progetto americano si propone non solo come piattaforma per la ricostruzione materiale del territorio palestinese devastato dal conflitto, ma anche come possibile alternativa funzionale agli organismi multilaterali esistenti, suscitando reazioni contrastanti tra alleati, rivali e attori regionali direttamente coinvolti.

LA COMPOSIZIONE DEL CONSIGLIO E L’INVITO ALLA RUSSIA

Uno degli aspetti più controversi del nuovo Consiglio di pace è l’invito rivolto al presidente russo Vladimir Putin a farne parte. La risposta a tale invito è giunta direttamente dal Cremlino, che ha chiarito come Mosca stia valutando l’offerta statunitense cercando di comprenderne pienamente implicazioni e modalità operative. La possibilità che il leader russo entri in un organismo dedicato alla risoluzione dei conflitti globali appare problematica alla luce del fatto che l’invasione dell’Ucraina si avvicina al quarto anno e che la Russia non ha mostrato segnali concreti di disponibilità verso un accordo di pace. L’inclusione di Mosca sembra, tuttavia, rispondere alla logica di Trump di coinvolgere tutte le principali potenze, indipendentemente dalle loro responsabilità nei conflitti in corso, nella speranza di costruire un quadro di stabilizzazione sotto la leadership americana.

IL RUOLO DEGLI STATI UNITI E LA VISIONE DI TRUMP

Il Consiglio di pace è stato concepito come un organismo presieduto direttamente dal Presidente degli Stati Uniti, a sottolineare la centralità di Washington nel progetto. Secondo quanto emerso dalle lettere di invito, l’iniziativa si fonda su un approccio definito, nuovo e audace, funzionale alla risoluzione dei conflitti, suggerendo una volontà di superare i meccanismi decisionali del Consiglio di Sicurezza delle Nazioni Unite, spesso paralizzati. Gli Stati Uniti hanno contattato decine di Paesi e personalità internazionali, con l’obiettivo di costruire una struttura ampia e articolata, capace di intervenire non solo sul piano diplomatico, ma anche su quello amministrativo, di sicurezza e finanziario, in particolare nella seconda fase del piano per Gaza.

IL COINVOLGIMENTO DELL’UNIONE EUROPEA E DEI PRINCIPALI ALLEATI

Anche l’Unione Europea è stata coinvolta nel progetto, con un invito formale rivolto alla Presidente della Commissione Ursula von der Leyen. La Commissione ha confermato di voler contribuire a un piano complessivo per porre fine al conflitto a Gaza, pur senza chiarire se l’invito sia stato formalmente accettato. Parallelamente, l’Italia figura tra i soggetti contattati, mentre il Regno Unito, per voce del primo ministro Keir Starmer, ha dichiarato di essere in dialogo con gli alleati sul Consiglio di pace e di essere disposto a svolgere un ruolo attivo nella seconda fase del piano, pur senza confermare un’adesione ufficiale. Questo atteggiamento riflette una cautela diffusa tra i partner occidentali, divisi tra il desiderio di contribuire alla stabilizzazione di Gaza e le perplessità legate alla struttura e alla legittimità del nuovo organismo.

LA REAZIONE DI ISRAELE E L’OPPOSIZIONE INTERNA

Il governo israeliano ha espresso una netta contrarietà alla formazione del Consiglio, sottolineando come l’iniziativa non sia stata coordinata con Gerusalemme e risulti in contrasto con la politica ufficiale dello Stato di Israele. Tale opposizione è stata ribadita con particolare forza da esponenti dell’ala più radicale dell’esecutivo, che hanno definito il progetto dannoso per gli interessi israeliani, invocandone apertamente la cancellazione e rivendicando il diritto di Israele a determinare in autonomia il futuro di Gaza. Secondo questa visione, la Striscia rappresenta una questione di sicurezza esistenziale per Israele, che dovrebbe assumersi piena responsabilità amministrativa e militare del territorio, anche attraverso una gestione militare diretta.

GAZA, HAMAS E LA QUESTIONE DEL DISARMO

Al centro del dibattito vi è la condizione imprescindibile del disarmo completo di Hamas, elemento chiave della seconda fase del piano di pace. L’accordo prevede, infatti, non solo la restituzione degli ostaggi – compreso il corpo dell’ultimo rapito –, ma anche l’eliminazione della capacità militare dell’organizzazione islamista. Esponenti del governo israeliano hanno ventilato la possibilità di una nuova offensiva su larga scala qualora Hamas non accettasse un ultimatum che includa il disarmo reale e l’esilio dei suoi membri. In questo quadro, in mancanza di una sconfitta definitiva del gruppo che ha governato Gaza, qualsiasi progetto di ricostruzione e stabilizzazione appare, dal punto di vista israeliano, privo di senso.

LA PRESENZA CONTROVERSA DI QATAR E TURCHIA

Ulteriori tensioni derivano dalla possibile inclusione nel Consiglio e nel suo Executive Board di Paesi come Qatar e Turchia, considerati da Israele avversari strategici. Il Qatar, infatti, è visto come uno dei principali sostenitori di Hamas, sia sul piano finanziario sia su quello mediatico, mentre la Turchia è percepita come il centro politico e ideologico della Fratellanza Musulmana, movimento ritenuto ostile all’esistenza stessa di Israele. La presenza di questi attori in un organismo chiamato a supervisionare la sicurezza e la ricostruzione di Gaza è stata interpretata come una minaccia diretta, tanto più che tali Paesi non avrebbero alcun interesse reale nel disarmo di Hamas. Tuttavia, il loro coinvolgimento risponde anche alla logica di Trump di mantenere un ampio fronte di alleati e interlocutori sotto l’ombrello americano.

UNA STRUTTURA COMPLESSA E MULTILIVELLO

Il Consiglio di pace si inserisce in un’architettura istituzionale estremamente articolata, che comprende un Consiglio di Amministrazione, un Comitato Esecutivo, un Alto Rappresentante con una propria struttura di supporto, un Comitato nazionale per l’amministrazione di Gaza e una Forza internazionale di stabilizzazione. Complessivamente, il numero dei Paesi coinvolti potrebbe salire da oltre sessanta invitati iniziali a circa ottanta partecipanti effettivi, includendo Stati che hanno già accettato, investitori privati e grandi donatori. Questa molteplicità di livelli decisionali richiama modelli di governance internazionale già sperimentati, ma con una dimensione e una ambizione che puntano a creare un vero e proprio sistema alternativo all’Onu.

IL FINANZIAMENTO E IL RUOLO DEI GRANDI DONATORI

Un elemento centrale del progetto è il meccanismo di finanziamento: è previsto, infatti, che un contributo di almeno un miliardo di dollari garantisca un seggio permanente nel Consiglio di Amministrazione per un periodo di oltre tre anni; le risorse raccolte dovrebbero essere destinate alla ricostruzione della Striscia di Gaza, devastata dalla guerra. Tuttavia, lo statuto del Consiglio non è stato reso pubblico e rimangono numerosi interrogativi sulle modalità operative, sulla trasparenza dei fondi e sul reale equilibrio di potere tra i membri. La presenza di grandi investitori e notabili internazionali rafforza l’idea di un’iniziativa fortemente legata alla capacità finanziaria più che a criteri di rappresentatività politica.

IL CONFRONTO IMPLICITO CON LE NAZIONI UNITE

L’iniziativa americana è stata interpretata da molti osservatori come un tentativo di superare o aggirare il sistema delle Nazioni Unite, percepito come inefficace e bloccato da veti incrociati. La creazione di un consesso internazionale così ampio, guidato dagli Stati Uniti, potrebbe dar vita a una nuova realtà multilaterale sotto egemonia americana, in contrapposizione ai modelli del passato.

ISRAELE TRA OPPOSIZIONE E ADATTAMENTO STRATEGICO

Nonostante la forte opposizione espressa ufficialmente, Israele potrebbe adottare una strategia pragmatica nei confronti del Consiglio di pace. Forte del sostegno costante ricevuto dall’attuale amministrazione americana, il governo Netanyahu potrebbe cercare di limitare l’influenza dei membri ritenuti ostili, imponendo condizioni che ne riducano il ruolo operativo, come l’esclusione dall’invio di truppe, dal possesso di armi o da funzioni di verifica. In questo modo, Israele tenterebbe di difendere i propri interessi di sicurezza senza rompere frontalmente con Washington, mantenendo la libertà d’azione necessaria per affrontare quella che considera una minaccia esistenziale permanente.

TRA AMBIZIONE GLOBALE E FRAGILITÀ POLITICHE

Il Consiglio di pace per Gaza voluto da Donald Trump si presenta come un progetto di portata storica, capace di ridefinire gli equilibri della governance internazionale dei conflitti. Tuttavia, la sua efficacia appare legata a una serie di condizioni politiche difficilmente conciliabili: il disarmo di Hamas, l’accettazione israeliana, il coordinamento tra attori profondamente divergenti e la gestione di un numero elevatissimo di Paesi e interessi. L’inclusione di figure controverse come Vladimir Putin e di Stati percepiti come ostili da Israele accentua le tensioni e solleva dubbi sulla coerenza del progetto. In definitiva, l’iniziativa americana riflette tanto l’ambizione di costruire un nuovo ordine internazionale quanto le profonde fragilità di un sistema che tenta di imporre la pace senza aver risolto le radici politiche e ideologiche del conflitto.